Dopo il referendum svizzero sul divieto di costruire nuovi minareti, la Lega rilancia la polemica anti-islamica. Il viceministro Castelli propone la croce nel tricolore. Borghezio il referendum sulle moschee. E La Russa si aggrappa alla bandiera nazionale per coprire la propria idea di società monoculturale.
Una croce nel tricolore italiano, propone il viceministro Roberto Castelli, forse in attesa di mettere una croce sopra il tricolore. Il suo compagno di partito, e purtroppo europarlamentare, Mario Borghezio propone invece di «fare il passo» dal referendum sui minareti a quello sulle moschee. Quasi peggiore delle dichiarazioni dei leghisti furiosi, è la risposta del ministro della difesa Ignazio La Russa al suo collega di governo Castelli. La Russa – uno che saluta con entusiasmo ogni nuovo invio di truppe in Afghanistan e che era favorevole alla guerra in Iraq – non si preoccupa dell’impatto che le parole di un esponente di governo potrebbe avere per l’immagine dell’Italia. Non si preoccupa nemmeno dei paesi arabi e musulmani con cui l’Italia intrattiene ottimi rapporti, come la dittatura «moderata» di Ben Ali in Tunisia e la satrapia libica di Gheddafi. No. La Russa dice che «può pensare di modificare la bandiera solo chi non la ama» e poi «che la croce non serve sulla bandiera ma basta saperla tenere nel proprio cuore». Un cuore con la croce, il simbolo della Vandea.
Il referendum svizzero, promosso dalla destra conservatrice e passato con il 57 per cento dei voti favorevoli prevede che nel territorio della confederazione non si possano più costruire minareti. Perché il minareto, silhouette inconfondibile, rappresenta secondo i promotori del referendum un segno di «islamizzazione». La Lega – ovvio – condivide questa analisi. E anche La Russa la pensa allo stesso modo. La Svizzera, secondo il ministro della difesa, ha dimostrato che non c’è motivo di «arrendersi ad un futuro, non dico multietnico che mi va bene, ma multiculturale». Quindi il «problema» è questo: l’identità culturale. Che in Svizzera i minareti siano quattro [quattro!] non conta, ovviamente. Così come non conta che le chiese protestanti elvetiche e quella cattolica si siano espresse contro il referendum e contro il suo esito.
E’ un puro pretesto, il referendum sui minareti, per almeno due battaglie, se non tre da questo lato delle Alpi. La prima è quella tra la Lega e chi nel Pdl cerca di far passare un’idea un po’ più civile della cittadinanza, un’idea che faccia i conti con la realtà del paese. La legge Sarubbi-Granata, odiata dalla Lega, è stata proprio oggi calendarizzata in discussione entro il 22 dicembre.
La seconda battaglia è quella della Lega rispetto ai propri territori, dove, in assenza di idee nuove e in tempi di crisi, l’anti-islamismo va sempre bene per cominciare la campagna elettorale giusto prima di Natale. Magari puntando sull’effetto traino della suggestione della messa di mezzanotte per rosicchiare voti ai «massoni filoislamici» che secondo Castelli si annidano nel Pdl.
La terza, più importante, è quella sulla definizione dei «confini», interni ed esterni, dell’identità, diciamo «nazionale». Al fondo dello sragionare di La Russa, Castelli, Borghezio e chissà quanti altri nella coalizione di governo c’è la percezione che l’Islam non sia una religione «europea» e quindi che non abbia diritto di cittadinanza pari ai cristianesimi. Che la cittadinanza prescinda dalle scelte personali in fatto di religione, per La Russa e soci, è un dettaglio secondario, trascurabile quanto il fatto che ci siano centinaia di migliaia di cittadini italiani di religione musulmana ai quali la costituzione garantisce il diritto di professare la propria fede.
Le parole della Lega sulle moschee fanno il paio con il reato di clandestinità e le proposte di «trattamento differenziato» per i migranti in fatto di cassa integrazione o con altre uscite come gli autobus separati, il welfare asimmetrico e via berciando. Non sono provocazioni. Sono un’idea di mondo e di politica che ha una sua coerenza tardomedievale, inquisitoriale. Da espulsioni di moriscos e marrani dai regni cattolicissimi.






