L’accesso libero e gratuito alla cultura, dice la Costituzione, sono fondamentali: le scuole statali dovrebbero garantire ai cittadini un’istruzione indipendente. Ma perché questo diritto sia tutelato, il sistema educativo deve essere supportato da una struttura che avvicini e renda davvero fruibili, per tutti, gli strumenti principi della cultura: i libri. Le biblioteche italiane, fino al 2006, compravano i volumi e pagavano il costo del diritto d’autore, già compreso nel prezzo d’acquisto; dopo di che, quei libri diventavano gratuitamente disponibili per chiunque ne richiedesse il prestito. Dal 27 dicembre di quell’anno, però, la direttiva europea [la 115 del 2006] ha reso attivo il concetto di «diritto esclusivo di prestito», secondo cui il prestito costituisce un danno economico.
Si parte dal presupposto, insomma, che ogni libro letto dagli archivi di una biblioteca equivalga ad un libro non acquistato. Già nel 2004 l’Ue aveva avviato contro alcuni paesi, fra cui l’Italia, un procedimento di infrazione per la mancata tutela del diritto d’autore. Il pagamento, quindi, è raddoppiato: prima al momento dell’acquisto, e poi su ogni prestito concesso. Finora solo in pochi si sono accorti dell’enorme cambiamento, visto che lo stato, per coprire la spesa, ha stanziato un «Fondo per il diritto di prestito pubblico»: nel 2006 il fondo era di 250 mila euro, nel 2007 è schizzato a 2,2 milioni di euro, e nel 2008 a tre. A chi vanno questi soldi? Il gestore unico è, guarda un po’, la Siae. Ma c’è altro: se il prossimo governo decidesse di non rinnovare lo stanziamento, la spesa verrebbe delegata agli enti locali e, nello specifico, alle singole biblioteche: una catena che si concluderà nelle tasche del cittadino, costretto a pagare una tassa al momento dell’iscrizione, come già succede in Olanda.
Luca Ferrieri è il direttore dei servizi culturali e bibliotecari del comune di Cologno Monzese, da cui è partita la campagna italiana «Non pago di leggere»: «Il governo Prodi ha recepito la direttiva europea–spiega Luca Ferreri–, modificando la legge sul diritto d’autore, che prevedeva la gratuità del prestito bibliotecario. Le modalità di ripartizione del fondo, però, non sono state ancora chiarite». Non è una novità che nella Siae le piccole case editrici godano di poche briciole di pane, mentre le major si arroghino il resto dei proventi. «Finora è sempre andata così – aggiunge Ferrieri–, soprattutto se il pagamento è forfettario». La retribuzione, cioè, avverrebbe tramite un calcolo medio, e non secondo delle statistiche puntuali, molto difficili da calcolare. Per l’editoria minore e indipendente gli scaffali delle biblioteche sono una vetrina: non è raro che, dopo aver preso in prestito un libro di un editore non ben distribuito, e quindi introvabile nelle librerie, il lettore decida di acquistare altri titoli della stessa collana, che altrimenti non avrebbe potuto conoscere. Se il servizio di prestito perdesse gratuità, ciò potrebbe influire negativamente anche sul suo effetto promozionale.
Ma questo discorso non è meno valido per i grandi editori: oltre al senso comune, anche le statistiche dimostrano come nelle città dove c’è una biblioteca, il mercato librario sia più vitale e redditizio. Ce lo conferma Monica Mazzitelli, coordinatrice dei «Quindici», un gruppo nato dall’esperienza dei Wu Ming, e autrice di un video in due capitoli sull’uso e l’abuso del copyright, «The Disney Trap». «Più un’opera è fruibile – ci dice Monica Mazzitelli–più ne aumentano le vendite, e questo non vale solo per le biblioteche. I romanzi pubblicati su internet, nonostante la possibilità del download gratuito, aumentano anche le vendite in libreria. L’ultimo esempio è Giulia Fazi, che abbiamo pubblicato sul sito dei Quindici e che non solo ha trovato un editore in Italia, ma sarà anche tradotta in Francia da Gallimard». La sensazione comune è che il diritto d’autore stia diventando una coercizione, un’arma dei produttori, più che una tutela. Il sito della campagna italiana contro il prestito a pagamento è www.nopago.org
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