Benché i nostri amici e compagni del manifesto e di Liberazione tralascino di citare la circostanza, anche Carta è una cooperativa, oltre che essere un periodico [settimanale più quotidiano on line] di sinistra, o per lo meno collocato vistosamente «in basso». Dunque, caro Sansonetti, il voto di fiducia che approva il decretone economico di Tremonti – nel quale sono compresi i tagli alle cooperative e ai giornali di partito – mette molto seriamente a rischio anche la nostra, di vita. E, caro Polo, non sono solo il Corriere Mercantile di Genova o l’Avvenire, il giornale dei vescovi, a precipitare nella crisi insieme a manifesto e Liberazione. Ci sono amici, vostri lettori, che ci hanno detto: «Ma allora Carta non c’entra, con questo disastro».
Dico queste cose non per fare una polemica, o tanto meno per un complesso di inferiorità, visto che andiamo in edicola una volta la settimana e non sei e dato che facciamo sì un quotidiano, ma «solo» in internet, cosa che la cultura trapassata di tanti giornalisti considera «minore». Voglio piuttosto segnalare che, forse, una delle ragioni della crisi dei giornali indipendenti sta – oltre che nel già noto, la distribuzione, il credito, la pubblicità… – in uno dei vizi più vecchi e duri a morire della sinistra: l’idea di essere portatori della «linea giusta», perciò in concorrenza con i cugini più stretti.
Quando, un anno e mezzo fa, il manifesto lanciò una grande sottoscrizione dicendo «stiamo per chiudere», Carta, nel suo piccolo, incitò attivamente i suoi lettori ad aderire: non per bontà o generosità, o per rispetto delle nostre stesse vite [dato che da lì veniamo anche noi], ma perché appunto crediamo che la cooperazione giovi di più, ai nostri destini di giornali irregolari, della competizione. Se il manifesto si salva, stiamo meglio anche noi. Se facciamo qualcosa insieme, è meglio che farsela per conto proprio, perché si moltiplicano le persone che possiamo raggiungere e si dà un segnale di amicizia tra noi, e tra noi e i lettori. Le 70 mila copie del primo film su Genova o il milione di persone che scesero in piazza il 20 ottobre del 2007 sono l’esito di una scelta di questo tipo, purtroppo occasionale.
Anche Carta partecipa a Mediacoop, l’organismo che raggruppa le cooperative editrici e che con grande fatica ha in questi giorni cercato di modificare la norma ammazza-indipendenti contenuta – tra infiniti altri crimini anti-sociali, di cui facciamo una rassegna nel numero di Carta uscito venerdì primo luglio – nel decreto di Tremonti. Vi partecipiamo perché siamo convinti che è una strada da percorrere: per ottenere una cosa giusta, e cioè che le cooperative vengano sostenute dal pubblico, si deve far pressione sul governo e sui parlamentari, e anche proporre una riforma della legge per l’editoria, come fu fatto invano all’epoca del governo Prodi, che farebbe risparmiare soldi e migliorerebbe il tutto.
Ma, assieme a questo, abbiamo sempre pensato che prima di tutto occorre cavarsela da sé, pur tra le terribili difficoltà che stampare e distribuire un giornale comporta nel nostro paese, dove pochi monopolisti hanno trasformato il mercato dell’editoria in una piscina in cui nuotano squali. E «far da sé» significa non solo fare al meglio possibile il proprio mestiere di giornalisti «clandestini» [e su questo ognuno giudica se stesso], ma cooperare, creare un «campo», un «mercato» della stampa indipendente, ad esempio lavorando sulla possibilità di limare i costi di stampa facendo fronte comune nei confronti delle tipografie, inventando una rete di distribuzione a cavallo tra quella ufficiale e una invece indipendente, condividendo [e quindi moltiplicando] la presenza in internet, proponendo insieme una comunicazione collaterale ma non meno importante [come stiamo facendo con le «magliette clandestine»], ecc. Tutte proposte che in vari modi e in vari momenti abbiamo avanzato al manifesto e a Liberazione. Inutilmente.
Ma noi siamo ostinati. Il taglio dei contributi pubblici alle cooperative e la fine del «diritto soggettivo» [cioè della certezza di averli, quei soldi, prima o poi] spintona anche noi in camera di rianimazione. Allo stato delle cose, se la cosa andasse a finire così, in un tempo da definire dovremmo chiudere bottega. Però pensiamo che questo, oltre a moltiplicare le pressione politiche, dovrebbe spingerci a chiedersi [cito John F. Kennedy] «non cosa il tuo paese può fare per te, ma cosa tu puoi fare per il tuo paese». Perciò proponiamo agli amici e compagni di manifesto e Liberazione di sederci a un tavolo, noi giornali di sinistra o sociali, per immaginare insieme un autunno dell’informazione indipendente: una campagna comune che coinvolga il maggior numero di lettori, soci e amici.






