Un regolamento di conti

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. C’è accaduto spesso, nei primi giorni di settembre, di rispondere con gli essenziali versi di Ungaretti a una domanda difficile. Viene rivolta, la domanda, a volte con tono sommesso, con la delicatezza riservata in genere alle malattie gravi. Altre volte, invece, traspare l’ansia di chi si prepara a una battaglia campale, alla più strenua delle resistenze.
«Ci sono novità?», chiedono tutti: lettori, compagni di lavoro, amici di Carta e delle molte altre testate colpite dall’agguato di fine luglio del decreto Tremonti. L’articolo 44 di quel decreto – lo ricordiamo a chi, sotto l’ombrellone, avesse dato uno sguardo distratto alle notizie – non si limitava a mozzare drasticamente i contributi pubblici ai giornali cooperativi, non profit e di proprietà dei partiti [lasciando inalterati quelli ai colossi dell’editoria] ma cancellava la certezza del diritto a riscuotere i fondi. La scomparsa di quel diritto, tecnicamente definito soggettivo, comporta due conseguenze, velenose quanto il morso del crotalo.
La prima è che a decidere se, come e quante risorse debbano essere messe a disposizione dei giornali, delle radio e delle agenzie di stampa per garantire il pluralismo dell’informazione non sarà più una legge votata dal parlamento ma il governo. Questo governo. E’ un cambiamento di portata storica, forse più difficile da cogliere dei cicloni che investono i diritti sociali, ma forse ancor più profondo. Lasciando da parte, per un momento, il monopolio televisivo e le selvagge concentrazioni editoriali, quello del pluralismo e dell’indipendenza dell’informazione è un tema troppo importante per essere abbandonato alle sole leggi di mercato. Non a caso fu deciso di tutelarlo esplicitamente, alcuni lustri prima della nascita del Tg1 e del Tg5, nella Costituzione repubblicana.
La seconda conseguenza dell’abolizione del diritto soggettivo è più immediata. In alcuni casi, come quello di Carta, ha una concretezza misurabile, precisa, pari a quella degli effetti di una granata. I contributi pubblici vengono versati dallo Stato, quando va bene, alla fine dell’anno successivo a quello cui si riferiscono. Nel dicembre prossimo, Carta dovrebbe incassare [il condizionale, adesso, è d’obbligo] i fondi relativi al 2007, l’80 per cento dei quali ci sono stati anticipati in gennaio da Banca Etica. Non è difficile immaginare che un’economia di resistenza come la nostra, priva della copertura di padroni e partiti, arrivi stremata a fine anno, e così, il giorno successivo all’incasso dei contributi, chiederemo a Banca etica di anticiparci la quota relativa all’anno appena concluso, il 2008. La cancellazione della certezza della cifra rende però l’operazione tecnicamente irrealistica, condannandoci a una fine per asfissia da liquidità. Non basta: l’impossibilità di determinare la quota del contributo 2008 fino al dicembre 2009 ne impedisce l’iscrizione a bilancio. Che deve essere approvato e certificato, per legge, entro il giugno 2008. Un bilancio come il nostro in cui si apra una voragine come quella provocata dalla granata di Tremonti ha le stesse probabilità di stare in piedi di una «canadese» nella tempesta.

Le novità
Il governo ha fatto circolare il 17 settembre la bozza di uno schema di regolamento, che «ai sensi dell’art. 44» annuncia «misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria». Ecco, la novità.
Per imprese del «nostro tipo» è come dire: qualora non fossimo riusciti ad ammazzarvi con l’abolizione del diritto soggettivo e lo svuotamento dei fondi deciso a più riprese, le regole sarebbero queste, cosa ne pensate? Difficile rispondere a un approccio tanto dialogante, eppure non mancheremo, attraverso Mediacoop, l’associazione cui aderiscono la nostra e decine di altre cooperative vere [non è un segreto che ne esistano di altro tipo], di inviare al governo delle considerazioni critiche. La materia è piuttosto complessa e, se non mancano modifiche anche positive ai criteri di erogazione, spicca la completa abolizione, per le testate che intendano accedere ai contributi, del limite alla raccolta pubblicitaria [era del 30 per cento]. In altri termini, ancora una volta si invocano le virtù taumaturgiche del mercato.
Da decenni vengono espressi rilievi sull’anomalia derivante dalle concentrazioni del panorama editoriale italiano, ma è proprio sullo squilibrio del mercato pubblicitario che si levano le voci più indignate degli osservatori internazionali. A cominciare dalle istituzioni europee. E’assai probabile che, in questo modo, possano essere risarcite testate che accedono ai contributi in quanto proprietà di «movimenti» politici, come la Convenzione per la giustizia, promossa dai senatori Marco Boato e Marcello Pera per finanziare il Foglio di Giuliano Ferrara, o come il Movimento monarchico che ha fatto la fortuna di Libero e di Vittorio Feltri. Appare perfino banale, invece, immaginare che quel «correttivo» non servirà a sostenere le sorti nemmeno di uno solo degli ormai rarissimi giornali indipendenti.
D’altra parte, fu esattamente quello il senso della decisione politica che, oltre vent’anni fa, spinse il parlamento a decidere lo stanziamento di fondi pubblici per l’editoria. L’informazione è un diritto dei cittadini, un fondantmento della vita democratica. Sarà pertanto opportuno tutelare quel diritto sostenendo le voci non asservite ai gruppi economici che determinano le concentrazioni e dominano il mercato: capacità di distribuzione, pubblicità, accesso al credito, ecc.

La potatura
Naturalmente, lo schema di regolamento non rimette in discussione la sostanza dell’articolo 44 del decreto Tremonti. Non poteva farlo. Le esili speranze di modifica sono riposte soprattutto all’approvazione della Finanziaria, un terreno del tutto improprio per legiferare sul diritto dei cittadini italiani a non veder cancellate dalle edicole le ultime tracce d’informazione indipendente. Proprio in questi giorni, alcune imprese cooperative che mandano in stampa giornali locali si apprestano ad annunciare lo stato di crisi, coi relativi corollari di riduzione d’organico e taglio delle tirature. Altre imprese, grazie al sorprendente silenzio dei grandi mezzi di comunicazione, scoprono solo ora le notizie sull’agguato balneare di Tremonti. E’ un’ulteriore dimostrazione di come i titoli dei telegiornali e le pagine di Panorama, Repubblica e Corriere della Sera, usciti scandalosamente indenni dal decreto, non siano affatto sufficienti a garantire la circolazione di notizie essenziali.
Carta e pochi altri hanno deciso già in luglio di non lasciarsi accoltellare in silenzio. Ci siamo abituati, nei dieci anni di questo giornale, ad affrontare ogni tipo di bufera. Quella che annuncia l’autunno è certamente la peggiore, ma noi siamo la foglia forse più giovane di un arbusto piuttosto tenace. Sarà chi ci legge, e non le cesoie della potatura di Tremonti, a dire se abbiamo il diritto di vivere. Quel che stiamo progettando di fare, in questa situazione di emergenza assoluta, ve lo racconteremo dal prossimo numero del settimanale.

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