Ecco la relazione di Lelio Grassucci, presidente di Mediacoop, all'assemblea straordinaria che si è tenuta martedì 23 per discutere dei tagli disposti dal governo ai contributi pubblici all'editoria
La drammaticità della situazione non ci consente di girare attorno al tema, di ragionare sui processi evolutivi in corso nel mondo dei media e sul futuro dell’integrazione orizzontale del sistema della comunicazione, ma ci impone di andare subito al cuore del problema. Nel corso degli ultimi giorni, infatti, i consigli di amministrazione di alcuni quotidiani e periodici cooperativi hanno annunciato ai comitati di redazione l’apertura dello stato di crisi. Altri si apprestano a farlo.
E’ la conseguenza, per certi versi obbligata, di quanto disposto dall’art. 44 del decreto legge Tremonti dello scorso 25 giugno, trasformato definitivamente in legge nei primi giorni di agosto. Un provvedimento sbagliato ed esiziale per l’editoria cooperativa, non profit e di partito. Esiziale, perché sopprime il carattere soggettivo dei contributi diretti all’editoria rendendo estremamente difficile il rapporto con il mondo bancario. Nell’incertezza del volume dei contributi, infatti, non è possibile scontare il credito, con la conseguenza di una crisi immediata ed insormontabile di liquidità e non è possibile redigere il prossimo bilancio perché la voce relativa non vi può essere appostata.
Esiziale, perché la riduzione drastica delle risorse necessarie per erogare i contributi 2008 [il taglio è di 87 milioni per il 2009 e più di cento per il 2010] determina uno squilibrio pesante per i conti economici delle aziende. Conti economici impossibili da riequilibrare perché il provvedimento interviene su bilanci per i quali i tre quarti sono già trascorsi e, pertanto, nei tre mesi restanti non è possibile intervenire per riportarli in equilibrio. Per molti, certamente per i giornali veri ed in particolare per le testate autogestite da giornalisti e poligrafici che non hanno alle spalle forze economiche, la conseguenza reale di tutto ciò, è la crisi di impresa e la chiusura. Per alcuni entro l’anno, per altri – al massimo – entro giugno del prossimo anno in occasione dell’approvazione del bilancio 2008.
Il decreto Tremonti è sbagliato perché produce una incertezza generale, sostituisce vanificandola quella riforma dell’intervento pubblico, da sempre all’ordine del giorno e più volte sollecitata non solo da Mediacoop e da Media non Profit, unico modo consono a
garantire un uso corretto delle risorse pubbliche ed opera tagli indiscriminati. Mercoledì scorso il Sottosegretario Bonaiuti, unitamente al Ministro Calderoli ed al professor Masi, hanno convocato la Federazione Nazionale della stampa e tutte le associazioni del settore per illustrare la bozza di «regolamento di semplificazione» previsto dall’art. 44 citato. In quella occasione è stata anche ribadita la volontà del Governo di predisporre un progetto organico di riforma del settore.
Per la verità si è trattato di un incontro surreale; stavamo – infatti- assistendo all’illustrazione di un provvedimento, che per quanto importante, non avrebbe potuto in alcun modo affrontare il nodo vero della crisi, rappresentato dalla ricostituzione del carattere di diritto soggettivo dei contributi diretti e del reperimento delle risorse necessarie per la loro erogazione. E tuttavia non ci siamo ritratti dal confronto e, come richiestoci, abbiamo preannunciato nostri emendamenti e proposte per il regolamento da inviare entro il 30 settembre, emendamenti che presentiamo stamane alla vostra discussione. Abbiamo apprezzato il fatto che in quella bozza siano stati accolti alcuni nostri storici suggerimenti, volti ad evitare un uso distorto delle risorse pubbliche, a fare – come si dice – pulizia e nel quadro della correttezza ed equità ad ottenere risparmi per i conti pubblici. Si tratta della equiparazione di diritti e doveri per tutte le cooperative, stabilendo che anche le cooperative ex 153 debbano diventare vere cooperative di lavoro; di non considerare le vendite in blocco come distribuite; di passare, per il calcolo dei contributi, dalla tiratura alla distribuzione; della definizione di un ulteriore tetto ai contributi rapportato alla occupazione effettiva dei giornalisti.
Per quanto riguarda la proposta di riforma del meccanismo delle agevolazioni postali, – il rimborso a Poste SPA riguarda la differenza tra il prezzo praticato agli editori e quello riservato ai migliori clienti, – che ci trova concordi, dobbiamo segnalare con viva preoccupazione che si è voluto inserire «nei limiti dello stanziamento» rendendo incerto per gli editori anche il costo delle spedizioni postali. Accanto a questi risvolti positivi, tuttavia, vi sono punti assolutamente non condivisibili che vanno profondamente rivisti.
Si tratta di:
1. Rivedere i parametri di calcolo dei contributi per i periodici. Il taglio che si prospetta in base a quelli proposti è eccessivo, squilibrato, comunque inaccettabile. Si va da tagli dell’ordine del 5% a tagli che arrivano al 38. Per molti ciò vorrebbe dire la chiusura. Molto probabilmente si è andati oltre l’intenzione. Lo stesso Bonaiuti, infatti, nelle settimane passate aveva parlato di tagli inferiori al 20. In proposito per quanto concerne i periodici occorre alzare il tetto di base dei contributi e per quanto riguarda i quotidiani di alzare il tetto del numero delle copie sostenute con il contributo dello 0,09 a copia;
2. Reintrodurre il vincolo che riservava l’accesso ai contributi alle imprese editoriali la cui raccolta pubblicitaria non superava il 30% dei costi riportati in bilancio. La soppressione di tale vincolo risulta del tutto fuorviante. Non è il limite, infatti, che impedisce la crescita della pubblicità per i giornali quotidiani o periodici di che trattasi ma la discriminazione del mercato. Attualmente tale raccolta è del tutto limitata e tale sarebbe destinata a rimare. Per converso sarebbe comunque consentito l’accesso ai contributi anche per aziende la cui raccolta pubblicitaria potrebbe essere cospicua e del tutto sufficiente ai fini delle loro esigenze di bilancio.
3. In ogni caso occorre ribadire che il nuovo regolamento non può agire retroattivamente e non può che entrare in vigore a partire dall’anno di attività 2009.
Nei prossimi giorni provvederemo a formalizzare le nostre osservazioni e ad inviarle al Dipartimento Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri. E’ sperabile che l’on. Bonaiuti, come promesso, ne faccia tesoro e provveda a correggere in tal senso la bozza di regolamento. Ed è sperabile che, nell’annunciato esame del regolamento, la Commissione Cultura della Camera, si faccia parte attiva verso il Governo, non solo per sollecitare le necessarie correzioni del regolamento ma anche perché sia riaffermato il carattere di diritto soggettivo dei contributi e siano reperite le risorse necessarie alla loro erogazione.
Nel corso dell’incontro di mercoledì scorso, è stata confermata la volontà del Governo di dare vita ad un DDL di riforma dell’editoria ed a lavorare per una sua redazione ed approvazione condivisa, sia da parte dei soggetti interessati che della opposizione. Come sempre Mediacoop e Media non profit non faranno mancare il proprio fattivo contributo, nell’interesse degli associati, dell’intero settore e del Paese.
E tuttavia occorre ripetere che un tale intervento riformatore sarebbe del tutto inutile se non si ponesse riparo, e con urgenza, alla situazione drammatica che abbiamo di fronte. Esso, infatti, interverrebbe quando gran parte delle imprese, anche di grande valore, sia nazionali che locali, cui il sostegno è diretto, sarebbe scomparso. Per garantire il consolidamento della spesa ed il risparmio per i conti pubblici e per rilanciare – nel contempo – il ruolo e la presenza dell’editoria cooperativa, non profit e di partito è necessario un provvedimento di urgenza. Il regolamento di semplificazione, che pure deve essere approntato con le necessarie modifiche che stiamo suggerendo, infatti non è in grado di risolvere il problema. Per ristabilire il carattere di diritto soggettivo dei contributi e reperire le risorse necessarie per la loro erogazione occorrono delle norme. L’occasione potrebbe essere colta all’interno di uno dei decreti in corso di trasformazione ovvero, in ultima analisi, in occasione della legge finanziaria 2009 che il Governo si appresta a presentare, al più tardi entro il prossimo 30 settembre.
Non appaia superfluo ricordare che – da circa otto anni – i vari Governi, che si sono avvicendati, hanno man mano fortemente ridotto il sostegno all’editoria. Il livello raggiunto, prima del taglio operato dal decreto 112, era già del tutto insufficiente e costituiva comunque una soglia oltre la quale non era possibile scendere, a meno che non si volesse cancellare il sostegno pubblico come sembra stia accadendo, nell’arco di due anni. Se non fosse possibile, ovvero non si volesse, nel quadro della difficile congiuntura economica che attraversa il Paese, compiere uno sforzo per reperire le risorse necessarie per il sostegno all’editoria, occorrerebbe lavorare alla costituzione di un apposito fondo di solidarietà reperendo risorse tra quelle strutture della comunicazione che concentrano i maggiori flussi pubblicitari e/o la rimodulazione dell’aliquota dell’IVA relativa ai prodotti collaterali venduti nelle edicole. Si tratterebbe, in quest’ultimo caso,di equiparare l’aliquota dell’IVA sui prodotti collaterali venduti in edicola – tranne che per i libri e per i CD – che nulla hanno a che fare con la comunicazione e la cultura, a quella imposta sui medesimi prodotti venduti nel resto della rete commerciale.
Al di là delle forzature, espresse da parte di alcuni ambienti minoritari, volte a sopprimere ogni sostegno all’editoria, pressoché tutti gli intervenuti che hanno partecipato al dibattito degli ultimi mesi, hanno convenuto sulla esigenza di confermare l’intervento pubblico in materia. Ciò sia per dare attuazione al dettato dell’art. 21 della Costituzione, sia perché – come ampiamente dimostra la realtà di fatto, non solo in Italia, il mercato puro e semplice non riesce a garantire il pluralismo e la varietà delle forme giuridiche degli operatori del comparto. Mi auguro che tutti coloro che nel corso del dibattito parlamentare sulla trasformazione in legge del decreto 112, si sono battuti per evitare un colpo durissimo al pluralismo, non ci facciano mancare il loro sostegno e che oggi, di fronte alla maggiore consapevolezza della gravità del problema, il loro numero possa allargarsi e diventare maggioranza in Parlamento.
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