La mobilitazione delle testate cooperative, non profit e di idee inizia a scalfire il muro della maggioranza, finora compatta a difesa del decreto fiscale del ministro Giulio Tremonti e del regolamento di attuazione emanato dalla presidenza del consiglio, attraverso il sottosegretario con delega all’editoria Paolo Bonaiuti. Dopo l’assemblea tenuta la scorsa settimana a Mediacoop, le prime azioni di denuncia e protesta per l’effetto che i tagli previsti dal governo avrebbero su decine di testate italiane, inizia ad arrivare fino ai vertici della maggioranza. E’ stato infatti il presidente della camera Gianfranco Fini ad appoggiare la richiesta, partita dal capogruppo del Pd a Montecitorio Antonello Soro, di un’audizione di Bonaiuti davanti alle commissioni cultura di camera e senato, che dovranno esaminare il provvedimento del governo. Fini ha appoggiato la richiesta di Soro e ha girato la lettera al ministro per i rapporti con il parlamento, Elio Vito. A quanto sembra, le audizioni di Bonaiuti dovrebbero avvenire attorno al 20 ottobre. Intanto, emerge un altro scoglio sulla rotta della manovra del governo. Il provvedimento infatti dovrebbe essere emanato attraverso un decreto del presidente della Repubblica, e prima di approdare al consiglio dei ministri, il testo dovrà essere vagliato dal Consiglio di stato, il cui parere è vincolante. La speranza – che a quanto pare ha un certo fondamento – è che il Consiglio di stato dichiari che la riforma, prima ancora di ogni valutazione nel merito degli articoli, non possa comunque entrare in vigore nel 2008, ad anno fiscale per le aziende giornalistiche ormai quasi concluso. Tutto quindi andrebbe rinviato al 2009, consentendo di avere maggior margine per cercare di cambiare i termini del testo. Nella sua formulazione attuale, quella che il governo vende come una «riforma» della legge sulle sovvenzioni pubbliche all’editoria, è in realtà un taglio mirato che colpisce solo i giornali cooperativi, non profit e di partito. I grandi gruppi editoriali, che già assorbono la grandissima parte della pubblicità, condizionanno la distribuzione e si spartiscono più dei due terzi del totale delle sovvenzioni, non verrebbero toccati.
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