Il parlamento europeo per il pluralismo dell'informazione

L'assemblea di Strasburgo ha votato il 25 settembre un documento che invita la Commissione europea e gli stati membri a tutelare la «molteplicità di opinioni» sui media e a non lasciare l'informazione solo in balia del mecato.

E’ passato quasi inosservato sui media italiani il voto del parlamento europeo dello scorso 25 settembre. Gli eurodeputati hanno approvato, con 307 voti a favore, 262 contrari e 28 astenuti una modifica alla relazione della deputata Marianne Mikko [Partito socialista europeo] proposta dal Pse, dal gruppo Alde [liberaldemocratici] e dai Verdi. La moditica chiede alla Commissione ai governi degli stati membri di difendere il pluralismo dell’informazione, di garantire a tutti i cittadini dell’Ue pari accesso a mezzi di informazione liberi e diversificati, e di raccomandare, dove necessario, le conseguenti modifiche alle legislazioni nazionali.
Un voto quantomai utile nella situazione italiana e un sostegno, indirietto ma molto importante, per contenuti e profilo istituzionale, alla lotta delle testate di idee, cooperative, non profit e delle minoranze contro i tagli previsti dal governo italiano. Il cuore del documento approvato dal parlamento europeo è costituito da una serie di considerazioni sul ruolo del mercato nei media, la cui indipendenza è considerata «un requisito fondamentale per il mantenimento del modello sociale democratico europeo». Non sono infatti solo le ingerenze dei governi a mettere a rischio l’indipendenza dei mezzi di informazione, ma anche «l’operato delle imprese private, che è motivato soprattutto dal profitto economico» e quindi rischia di far sì che i media «non siano più in grado di svolgere il loro ruolo di organo di controllo della democrazia». La salvaguardia del pluralismo, quindi, «non dovrebbe essere affidata ai soli meccanismi di mercato».
I deputati invitano quindi la Commissione a promuovere un quadro giuridico stabile che «garantisca un elevato livello di protezione del pluralismo in tutti gli Stati membri». In proposito, ricordano le reiterate richieste di elaborare una direttiva mirante ad assicurare il pluralismo, incoraggiare e preservare la diversità culturale e garantire l’accesso di tutte le imprese mediatiche agli elementi tecnici atti a consentire loro di raggiungere il pubblico. Nel riconoscere anche il ruolo dell’autoregolamentazione, sottolineano la necessità di istituire sistemi per il controllo e l’attuazione del pluralismo dei media, basati su indicatori affidabili e obiettivi. Ma chiedono di definirne anche altri per valutare la posizione dei media rispetto alla democrazia, allo Stato di diritto, ai diritti dell’uomo e delle minoranze e a codici di condotta professionali per i giornalisti.
Sul piano del mercato, la preoccupazione dei parlamentari europei è duplice: da un lato l’ingerenza di proprietari ed editori sulle scelte editoriali e sulle redazioni giornalistiche, dall’altro la concentrazione della proprietà delle testate in pochi grandi gruppi editoriali, che peraltro possono dare luogo a conflitti di interessi con la politica. Ogni allusione alla situazione italiana – per quanto non esplicita – è chiara e diretta. Gli europarlamentari richiamano le regole antitrust dell’Ue, e tuttavia precisano che non è soltanto in base a criteri economici che il «valore» dei media deve essere misurato. Proprio per l’importanza del loro ruolo democratico, gli stati membri devono approntare i mezzi legislativi e anche i meccanismi sociali che possano garantire e proteggere la pluralità delle voci e la «molteplicità delle opinioni», soprattutto per ciò che riguarda i diritti delle minoranze.
Secondo i deputati, «l’esperienza dimostra che la concentrazione della proprietà senza limitazioni di sorta mette a repentaglio il pluralismo e la diversità culturale» e che «un sistema basato esclusivamente sulla libera concorrenza di mercato non è in grado di garantire il pluralismo dei mezzi d’informazione». Inoltre, la concentrazione della proprietà nel sistema mediatico «crea un ambiente favorevole alla monopolizzazione del mercato pubblicitario, ostacola l’entrata di nuovi attori sul mercato e conduce anche all’uniformità dei contenuti dei mezzi d’informazione». Una sintetica ma efficace descrizione di ciò che rischia di succedere – e in parte è già successo almeno per la televisione – nel sistema editoriale italiano, se non si riuscisse a neutralizzare i meccanismi innescati dai tagli del governo.

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