Tremonti, il convitato di pietra

Il ministro dell'economia è lo spettro che si aggira nella sala stampa di Montecitorio durante la conferenza della Fnsi e del coordinamento dei giornali che rischiano di chiudere per i tagli previsti ai fondi per l'editoria. In audizione andrà solo Bonaiuti.

Non c’è la folla delle conferenze stampa importanti. Mancano soprattutto i giornalisti dei cosiddetti «grandi» giornali. Ci sono invece le telecamere di La7. Non potrebbe essere più chiaro l’effetto – uno degli effetti – dei tagli ai contributi pubblici all’editoria decisi dal ministro dell’economia Giulio Tremonti e del regolamento di «semplificazione» emanato dal sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega all’editoria Paolo Bonaiuti. L’effetto è di aver aperto un solco tra i giornalisti delle testate dei grandi gruppi e onnivori gruppi editoriali e quelli delle testate che rischiano invece la morte per asfissia. E sono tante, tra giornali di idee [Europa, il manifesto, Liberazione, il Secolo d’Italia, Avvenire, per esempio], cooperativi [Carta, Area], locali [Corriere di Romagna, per esempio] e delle minoranze [Primorski Dvenik]. Il governo, su questo, ha già vinto: nonostante gli appelli e i richiami dei vertici della Federazione nazionale della stampa Franco Siddi [segretario] e Roberto Natale [presidente], la «solidarietà» tra giornalisti stavolta sembra non funzionare. I grandi giornali hanno scelto l’omertà: non si parla dei tagli ai contributi diretti che colpiscono i «piccoli» per evitare di dover parlare dei contributi indiretti che invece favoriscono i colossi editoriali italiani, risparmiati dal bisturi del governo.
«Colpire i contributi diretti non è una scelta ispirata a qualche ragionamento di finanza pubblica – dice Eugenio Traficante di Avvenire – Ma una scelta odiosa e squisitamente politica, è una scelta ideologica». Quale ne sia la ragione e quali siano i rischi, lo spiega nel suo intervento Siddi: «Il governo cerca di salvare la faccia presentando un provvedimento che sembra imparziale, perché colpisce giornali e periodici di diverse e opposte tendenze culturali. In realtà è un provvedimento che colpisce solo giornali considerati minori e che crea una situazione pericolosissima. Se il regolamento rimane immutato e se i tagli non vengono annullati, sarà il governo, questo o altri governi in futuro, a decidere anno per anno quanti fondi stanziare e a chi darli. È un’intromissione pericolosa per la libertà di stampa e per il pluralismo dell’informazione». Siddi fa notare un paradosso: «Negli stessi giorni in cui si parla del salvataggio di Alitalia e dei possibili salvataggi delle banche colpite dalla crisi finanziaria, il governo dice che l’editoria deve affidarsi al solo mercato. Come se questo mercato fosse effettivamente libero e concorrenziale». Per questo molti interventi hanno sottolineato che il semplice rinvio dell’entrata in vigore del regolamento può apparire come una «graziosa concessione» del governo, utile forse a smontare la protesta, ma non sposta di una virgola i termini del problema dell’indipendenza dei fondi dalla volontà dell’esecutivo. Questa indipendenza può essere garantita solo dal diritto soggettivo ai fondi.
Siddi ha notato che Bonaiuti ha espresso più volte l’intenzione di avviare la riforma della legge sull’editoria, coinvolgendo però tutte le parti interessate: «Non ha senso parlare di riforma con questi tagli, perché una fetta consistente del settore rischia semplicemente di essere cancellata». «La riforma è stata già fatta surrettiziamente – ha detto Anubi D’Avossa Lussurgiu, in rappresentanza del cdr di Liberazione – Con la combinazione del decreto e del regolamento, il governo ha già fatto capire dove vuole andare e che tipo di informazione immagina». Anubi ha spiegato che «quella contro i tagli non è una battaglia perché chiudono dei giornali indipendenti, cooperativi o di partito: è una battaglia per evitare che chiudano dei giornali, punto e basta». Il caso di Liberazione, peraltro, rappresenta bene un altro dei corni del problema: «I partiti non hanno intenzione di assumersi le proprie responsabilità verso quelli che sono i loro giornali e verso le persone che ci lavorano – ha detto Siddi – E anzi qualcuno sembra addirittura contento che sia il governo a risolvere un ‘problema’ politico e culturale prima che aziendale».
Franco Levi, deputato del Pd ed ex sottosegretario con delega all’editoria nel governo Prodi, ha richiamato il fatto che «in Europa l’editoria è considerata un settore strategico per la qualità della democrazia e per questo le direttive europee sugli aiuti pubblici alle aziende non si applicano. Questo dato – ha aggiunto Levi – assieme al ruolo che la Costituzione garantisce ai media e al diritto dei cittadini di essere informati dovrebbe bastare da solo a far capire che si tratta di una battaglia per il pluralismo dell’informazione». Levi ha detto che Bonaiuti andrà in audizione alla commissione cultura della Camera il prossimo 9 ottobre, mentre il giorno prima sarà alla commissione affari costituzionali del Senato. Giuseppe Giulietti [Articolo 21, indipendente nell’Idv], che fa parte della commissione cultura della Camera ha detto che nell’audizione «ricorderò a Bonaiuti le sue stesse parole. Due anni fa, il 5 luglio del 2006, Bonaiuti si diceva molto preoccupato dei tagli al settore editoriali prefigurati dal governo Prodi e citando Tremonti diceva che quando si taglia in un settore come questo difficilmente poi si rimette mano alla cassa». Giulietti ha anche alluso alla possibilità di «soluzioni» mirate, in particolare per salvare i giornali di partito che sono l’elemento più visibile della protesta contro i tagli: «La battaglia di Articolo21 e mia personale – ha garantito – è invece per tutti».
Il tempo per agire è molto poco, come ha ricordato Lelio Grassucci, presidente di Mediacoop: «A fine anno o al massimo a giugno, quando si tratterà di approvare i bilanci, molte cooperative rischiano di andare per aria, perché non sarà possibile iscrivere a bilancio gli stanziamenti per il 2008».
«Non può passare nell’opinione pubblica l’idea che abbia diritto di parola solo chi ha le spalle coperte da forti interessi – ha attaccato Roberto Natale, presidente della Fnsi – Per far capire quale sia il problema, ora che si parla di possibile privatizzazione di pezzi della sanità pubblica, è o no un problema che alcuni quotidiano facciano riferimento a un gruppo con forti interessi proprio in questo settore? Questo vuol dire in concreto il pluralismo, questi sono in concreto i rischi del mercato italiano per come è oggi».
Il senatore del Pd Vincenzo Vita, che dovrebbe partecipare all’audizione di Bonaiuti alla commissione affari costituzionali del Senato, ha lanciato un ulteriore allarme: «Nelle tabelle che cominciano a circolare per la Finanziaria, i tagli previsti da Tremonti sono perfino più pesanti». È lui, il ministro dell’economia, il vero convitato di pietra della discussione. Ma per Tremonti non sono previste audizioni.

Tags assegnati a questo articolo: editoria

Mail_long