Dal manifesto di venerdì 10 ottobre, l'intervista di Matteo Bartocci ad Alessandro Pace, professore ordinario di diritto costituziona alla Sapienza e presidente dell'Associazione italiana dei costituzionalisti a proposito del decreto Tremonti e dei tagli all'editoria.
La nostra Carta tutela le cooperative editoriali e il governo non può cancellare il «legittimo affidamento» sui fondi pubblici garantiti per legge. E’ possibile ricorrere al giudice per avere il risarcimento da parte dello statoIl decreto Tremonti che taglia i fondi all’editoria è «illegittimo e incostituzionale».
Lo afferma un parere pro-veritate firmato da Alessandro Pace, professore ordinario di diritto costituzionale all’università La Sapienza di Roma e presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti. Un documento di 12 pagine appena consegnato a Mediacoop, l’associazione nazionale delle cooperative editoriali, che può costituire la base di una citazione in giudizio del ministero dell’Economia contro i tagli all’informazione. «Oltre alla diminuzione drastica dei fondi pubblici il problema è di sostanza», spiega Pace, secondo cui il decreto viola ben 6 articoli della Costituzione: 3 [primo e secondo comma], 21, 41, 45, 49 e 81.
Professore, perché a suo giudizio il decreto Tremonti è incostituzionale?
La copertura costituzionale ai fondi per l’editoria a mio avviso è garantita per i giornali editi da cooperativa. Tralascio qui quelli di partito [art. 49 della Costituzione] perché si potrebbe sostenere che siccome sono associazioni private non hanno un diritto costituzionale ad avere quattrini dallo stato. Il punto è che il decreto viola quello che la Corte costituzionale chiama la tutela del legittimo affidamento.
Che significa?
Significa che se tu inizi un’attività o ricevi prestazioni di assistenza da parte dello stato lo stato non può togliertele improvvisamente da un anno all’altro e in modo arbitrario. Perché tu ci avevi fatto affidamento. Un affidamento legittimo [l’art. 41 della Costituzione tutela l’iniziativa economia privata]. Se l’anno scorso ho fatto il mio bilancio preventivo tenendo conto di alcuni proventi lo stato non può modificarli improvvisamente con un decreto che nei fatti è retroattivo. Il legislatore può farlo solo dando una motivazione congrua. Altrimenti compie un atto illegittimo più volte censurato dalla Corte.
E per le cooperative?
E’ molto semplice. L’articolo 45 della Costituzione dice testualmente: «La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei». E’ una questione affrontata già nel ’52 da Vezio Crisafulli. Il legislatore può anche non applicare le norme «programmatiche» della Costituzione come questa. Ma una volta che lo fa non può più rimangiarselo.
Non è un aggravante il fatto che il decreto tagli soprattutto alle coop lasciando in vantaggio i grandi gruppi?
Certo. C’è un palese vizio di irragionevolezza che viola l’articolo 3 della nostra Carta: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non è un gioco di parole ma il governo leva più soldi a chi ne ha di meno e ne toglie di meno a chi ne ha di più. E cambia addirittura la natura dei contributi dello stato, che da diritto soggettivo diventano un’elargizione discrezionale, anno per anno, della pubblica amministrazione. Questo è un vizio anche formale. Il governo ha presentato questo decreto legge come una finanziaria anticipata. E prevede che le poste di bilancio possono essere variate con un semplice decreto del ministro dell’Economia. Ma l’art. 81 della Costituzione prevede che la legge e solo la legge può determinare la distribuzione dei fondi pubblici. Non è certo Tremonti che può gestirli a piacimento.
Il suo parere può approdare alla Corte costituzionale?
Alla Consulta ci si arriva sempre attraverso un grado di giudizio. Come avvocato consiglierei di andare sia davanti a un giudice ordinario sia al Tar. E’ già successo per esempio nei casi di esproprio agrario. Proprio perché la nostra situazione giuridica è la violazione di un diritto soggettivo chiederemo al giudice di accertare l’illegittimità di questa legge, incidentalmente anche ricorrendo alla Consulta, e chiederemo la condanna dello stato, cioè del ministero dell’Economia, a pagare un risarcimento. Due sentenze recenti della Corte hanno riconosciuto l’incostituzionalità della legge di conversione se il decreto legge era viziato, per esempio perché mancava dei requisiti di necessità e urgenza. Ricordo il caso del teatro Petruzzelli, inserito in un decreto come i cavoli a merenda.
Visto che il decreto è legge dal 6 agosto si può ricorrere subito?
Bisogna tenere presente che è ancora in discussione un regolamento attuativo. Se questo regolamento inciderà direttamente sulle imprese cooperative allora potrà essere impugnato subito. Altrimenti bisognerà attendere l’atto amministrativo. I tagli all’editoria per decreto però sono solo un esempio più generale del comportamento di questo governo. Berlusconi ha annunciato che in futuro ricorrerà sempre di più ai al posto dell’iter parlamentare ordinario. Credo proprio che non si possa fare. Anche se è dal 1970, col «decretone Colombo», che i decreti del governo hanno perso l’omogeneità richiesta dalla Costituzione. Negli ultimi anni però sono diventati strumenti pieni di così tante cose diverse fino ad essere presentati addirittura come una «lenzuolata». Il che è incostituzionale, perché i parlamentari non possono più votare sì o no sui diversi aspetti. E poi c’è un punto politico: credo che Berlusconi sia l’ultimo a pretendere di ricorrere al decreto legge. Proprio il cosiddetto «lodo Alfano» ha dimostrato che se vuole può ottenere qualsiasi legge in circa quattro giorni. Insistere mi sembra la prova di un profondo disprezzo per i rappresentanti del popolo.
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