Una tregua, certo. Anzi un rinvio. Il capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, Mauro Masi, dice che il 2008 è «salvo». Per il 2009, che comincia fra meno di 60 giorni, si vedrà. Lunedì sera alle 19,45 su www.carta.org è comparsa, in splendido isolamento, una notizia importante. La commissione bilancio della camera ha approvato, all’unanimità e con il parere favorevole del governo, il sub-emendamento 0.70 bis 0301.5. Il «sub», come ora lo chiamiamo affettuosamente [ma Marcos non c’entra], modifica l’articolo 44 del decreto Tremonti rinviando la sua applicazione «a decorrere dall’esercizio finanziario successivo a quello di entrata in vigore del regolamento». Tradotto in una lingua comprensibile ai 59 milioni di non addetti ai lavori, significa che il «tentato omicidio» di diverse decine di giornali cooperativi, non profit e di proprietà dei partiti è fallito, o almeno rinviato.
È solo una tregua. Il governo riconosce che non può intervenire con mano assassina sui bilanci di un anno quasi concluso. Sembra una banalità. Non lo è affatto, invece. E per non considerarla tale, basterebbe porre al sottosegretario Masi, al ministro Tremonti e ai suoi colleghi la seguente domanda: perché, con il più classico degli agguati balneari, avevate deciso di provarci? E ancora: perché poi avete resistito per mesi alla pressione non solo dei lettori attenti e delle cooperative condannate, ma anche a quelle dei partiti, del sindacato dei giornalisti, di intellettuali, costituzionalisti e perfino dei vescovi?
Alla luce di queste domande, il modesto rinvio appare una come una clamorosa vittoria. Una difesa del pluralismo dell’informazione, e quindi della sua parte più «debole», quella indipendente dai poteri economici e politici, bersagliata da un mercato dominato dalle concentrazioni e dai monopoli, quindi niente affatto «libero»?
Sì, è una vittoria, tra le poche da annotare nell’agenda 2008 della democrazia italiana. Non sarà esagerato, scomodare la democrazia per un semplice rinvio di un anno, magari due? Forse lo è, ma si provi a guardare con gli occhi di cooperative di lavoratori che fra meno di 60 giorni si sarebbero sentite dire dalle tipografie, con qualche ragione, che non si può più stampare il giornale a credito. Carta, e le altre testate senza protezioni finanziarie, rischiavano di scomparire da una settimana all’altra. E non si tratta solo di pur nobili interessi di parte. Il famoso «sub» chiarisce che il regolamento attuativo delle nuove norme deve essere sottoposto al parere «vincolante» delle commissioni parlamentari competenti. Un dettaglio che significa che a decidere quanti fondi pubblici debbano essere versati ai giornali e quali requisiti essi debbano avere non sarà più solo il governo, come stabilito dall’agguato estivo di Tremonti, ma anche dei parlamentari eletti da qualcuno.
E adesso? Adesso abbiamo conquistato alcuni mesi preziosi. Dovrebbero servire a domandarsi perché debbano essere decise da un sub-emendamento le sorti di un attentato alla democrazia. Un attentato certo meno acuto di quelli ai diritti sociali ma altrettanto profondo: l’esistenza di testate indipendenti è il fondamento della formazione di pensiero critico.
I mesi guadagnati, tuttavia, dovranno servire a creare un movimento per la difesa di un’informazione plurale, indipendente e libera. Un movimento capace di imporre una legge, e non un decreto, che vari regole trasparenti sui fondi pubblici, regole adatte ad arginare gli squilibri apocalittici di un mercato editoriale come quello italiano. Una legge che abbia il consenso della gente, e che dunque faccia piazza pulita dei contributi elargiti a giornali inesistenti, a imprese mascherate da cooperative e a colossi editoriali pronti a investirli in avventure azionarie il cui risultato è sotto gli occhi di tutti. Abbiamo guadagnato dei mesi perché dopodomani qualche altro sub-emendamento, di natura diversa, come dicono i nostri lettori più giovani, non possa tagliarci il futuro.
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