Legge 133, Finanziaria, legge sullo sviluppo economico: il governo mischia le carte della partita sui fondi per l'editoria. L'obiettivo è quello di mantenere i tagli che porterebbero alla chiusura di decine di testate. Tra domani e venerdì si discute in commissione bilancio al senato.
«Quando si gioca con più carte o su più tavoli, alla fine c’è sempre il trucco». Lo dice Giancarlo Aresta, del manifesto, nell’intervento che chiude la conferenza stampa tenuta oggi a Palazzo Madama per discutere, ancora una volta, dei tagli alla legge per l’editoria. I tagli, decisi a luglio nella manovra economica triennale del decreto Tremonti, poi convertito nella famigerata legge 133, sono ancora in piedi. Per questo, l’allarme per le sorti di decine di testate cooperative, di partito, locali e delle minoranze linguistiche non è affatto rientrato.
La conferenza stampa di oggi è stata convocata dai senatori che, nella maggioranza e nell’opposizione, hanno presentato emendamenti per rifinanziare il fondo dell’editoria. C’erano anche, però, tutte le organizzazioni che negli ultimi mesi hanno portato avanti la protesta contro i tagli, che – è opinione unanime – colpiscono il pluralismo dell’informazione. C’erano la Federazione nazionale della stampa, i sindacati di categoria dei poligrafici [Cgil, Cisl, Uil e Ugl], il Sindacato degli edicolanti, Mediacoop e il Coordinamento delle testate indipendenti, cooperative e di partito.
Il punto della situazione è stato fatto negli interventi dei senatori Vita [Pd], Lusi [Pd], Mura [Lega] e Iannutti [Idv] che hanno parlato anche a nome dei loro colleghi che in commissione bilancio hanno presentato gli emendamenti alla Finanziaria per rimediare ai tagli del governo. La situazione è complessa: il governo, infatti, ha «spacchettato» la questione editoria in almeno tre diversi provvedimenti. Ci sono i tagli previsti dalla legge 133, poi c’è la dotazione del fondo, decisa dalla Finanziaria, e poi ci sono le norme contenute nel disegno di legge 1195 che contiene interventi «per lo sviluppo economico». Gli emendamenti al testo del ddl 1195 approvati alla camera qualche settimana fa hanno ripristinato il «diritto soggettivo» ai contributi diretti previsti dalla vigente legge sull’editoria. Questo diritto era stato cancellato dal decreto Tremonti, poi diventato legge 133. Nonostante il riconoscimento del diritto, tuttavia, il governo non ha stanziato nelle tabelle allegate alla Finanziaria i soldi destinati ai contributi diretti, con il risultato che rispetto al 2007 mancano circa 150 milioni di euro. Nella finanziaria in discussione in questi giorni in parlamento si parla dei fondi 2009, che però «coprono» la legge dell’editoria per il 2008, l’anno che si sta chiudendo per il quale la maggior parte delle testate che ricevono i contributi ha già scontato le anticipazioni bancarie sulla base della certezza del diritto garantito dalla legge vigente. Non finisce qui: i tagli previsti dal governo rimangono in piedi anche se la loro entrata in vigore è stata rinviata. Formalmente, il rinvio è di due anni, ma il sottosegretario con delega all’editoria Paolo Bonaiuti ha spiegato in audizione alla commissione bilancio della camera la scorsa settimana che il rinvio è da intendersi non sull’anno «contabile» ma su quello di competenza e quindi i tagli entrerebbero in vigore già nel 2010. Un anno prima di quanto previsto dalla bozza di regolamento che lo stesso Bonaiuti ha inviato alle camere.
«Senza un’adeguata dotazione finanziaria – hanno spiegato i senatori – Il riconoscimento formale del diritto soggettivo non ha alcun senso». Per questo, in commissione bilancio al senato sono stati presentati molti emendamenti alla finanziaria che prevedono di restituire al fondo per l’editoria la dotazione originaria. Gli emendamenti saranno discussi tra giovedì sera e venerdì. Ma non è detto che siano approvati. Anche se la maggioranza è orientata, come alla camera, ad approvarli, il governo potrebbe infatti decidere che gli emendamenti non sono ammissibili. E’ esattamente quello che è successo in commissione bilancio alla camera pochi giorni, ancora una volta grazie alla legge 133. Tra le norme della 133, infatti, ce ne sono alcune che limitano la possibilità di presentare emendamenti alla Finanziaria. Il governo a suo tempo giustificò questa norma con il bisogno di evitare «l’assalto alla diligenza». Solo che ora le norme vengono usate come una trincea per evitare qualsiasi tipo di modifica rispetto al testo licenziato dal governo, con il risultato di espropriare il parlamento della sua funzione legislativa, anche quando tra le forze parlamentari c’è un’ampia convergenza come in questo caso.
Oltre a questi tre tavoli [legge 133, finanziaria e ddl 1195] c’è anche un tavolino, il regolamento emanato in bozza da Bonaiuti sulla base di quanto previsto dalla 133. Formalmente è un regolamento di «semplificazione», in realtà è il colpo di grazia sui contributi pubblici all’editoria [e dunque sul pluralismo dell’informazione] che Bonaiuti peraltro maschera come l’avvio di una riforma organica del sistema. Tanto che Bonaiuti ha detto di voler convocare gli «stati generali» dell’editoria per discutere del futuro del settore. Con questi tagli, però, la discussione sarà solo l’ennesimo monologo.
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