La parabola di Liberazione

Una delle cose che mi pare di aver imparato, nei molti anni di lavoro a fianco di un giornalista come Luigi Pintor, è che un giornale è un giornale è un giornale, come diceva lui. Ovvero che un giornale organo di partito è un ossimoro, un ibrido impossibile, un Ogm. Molti anni fa, il manifesto si assicurò un futuro – gramo ma lungo – quando decise di separarsi dal suo partito di riferimento dell’epoca, il Pdup, e di restare certo in un rapporto stretto con movimenti politici e della società, ma in modo indipendente. Altrimenti, il giornale sarebbe affondato come il partito, e come i partiti che sono seguiti.
Questa premessa serve a tracciare il profilo del nostro modo di guardare alla vicenda di Liberazione, il quotidiano di proprietà di Rifondazione comunista, scosso dal licenziamento di Piero Sansonetti, che l’ha diretto negli ultimi anni, e che sarà affidato alla direzione di Dino Greco, già segretario della Camera del lavoro di Brescia, nostro amico e persona colta. Anche Sansonetti è un nostro amico, ci siamo incrociati frequentemente fin dal tempi di Genova e dei primi Forum sociali mondiali, quando ancora Piero lavorava all’Unità, e abbiamo fatto molte cose assieme da quando andò a dirigere Liberazione, mi chiese spesso di scriverci e perfino promuovemmo assieme [con il manifesto] una grande manifestazione nazionale, il 20 ottobre del 2007.
Quando Bertinotti chiamò Sansonetti a Liberazione il partito stava cercando di uscire almeno un po’ da se stesso, il progetto della Sinistra europea [un neo-partito formato sia da Rifondazione che da movimenti e associazioni, nelle intenzioni] era ciò che più stava a cuore al segretario del Prc e al gruppo dirigente di allora. Proporre la direzione del giornale a un non iscritto, che proveniva dal giornale dei Ds [all’epoca], notoriamente giornalista molto indipendente, sembrava la scelta più naturale e promettente. E in effetti per diverso tempo l’autonomia con cui Piero faceva il giornale aiutò i tentativi di apertura del partito: in un certo senso, il problema – tanto richiamato in questi giorni dalla maggioranza del Prc – di una coerenza tra la «linea» del partito e le scelte del giornale nemmeno si poneva. Il tentativo di svecchiare i linguaggi e i modi d’essere della politica aiutavano l’indipendenza del giornale, e viceversa. E nessuno si sarebbe sognato di definire la Liberazione di quel periodo «organo», parola orrenda che fa venire in mente i trapianti.
Poi vennero le primarie del centrosinistra, la candidatura di Bertinotti, le elezioni e la partecipazione al governo, e la maionese impazzì. Perché – lo dico in generale anche se nessuno ha ancora cercato di capire fino in fondo che cosa è accaduto nei due anni in cui la sinistra politica ha partecipato al governo Prodi – ogni idea di rivoluzione lessicale e di stile fu abbandonata in nome di una realpolitik molto angusta, quella che per esempio mise il silenziatore al senso di quella famosa manifestazione del 20 ottobre [che appunto chiedeva una innovazione radicale nel rapporto con il governo, e in se stessa, da parte della sinistra] e ne soffocò le possibili evoluzioni: Carta, che aveva accettato un po’ contro se stessa di partecipare all’impresa, ne reca ancora qualche cicatrice. En passant, si può ricordare che il brusco cambiamento di rotta – dall’apertura a forme della politica diverse, quelle che si producono nella società, a una idea molto vecchia della politica e del governo – fu annunciata su Liberazione da una solenne intervista di Sansonetti a Bertinotti, nella quale il segretario del Prc emise il suo giudizio: i movimenti non riescono a «fare massa critica», bisogna tornare alla politica, e il governo è una occasione. Si può dire, a posteriori, che quella scelta, condivisa da tutto il partito, costituì l’inizio della crisi attuale.
Non so se Sansonetti condividesse quel giudizio. Credo di sì. Però si accorse presto di quanto costosa fosse la partecipazione alla maggioranza e al governo, almeno in quel modo, e siccome un giornale è un giornale è un giornale, Liberazione cominciò a tirar calci, a mostrare le crepe, a protestare per tutto quel che si sarebbe forse potuto fare e non si fece, e per quel che purtroppo si fece [inutile fare l’elenco, ci capiamo]. In quel periodo, erano il nuovo segretario del partito, Giordano, o il capogruppo alla camera, Migliore, a protestare contro le scelte del giornale, anche se – come ora rivendicano – non licenziarono Sansonetti per questo. Per farla breve: passato il disastro elettorale, spaccato il partito, sancita una maggioranza al congresso e ovviamente tramontata del tutto – tanto da perderne anche la memoria – una bizzarria come la Sinistra europea [insieme ad ogni altra innovazione], ovviamente uno come Sansonetti diventava incongruo, il direttore di un giornale che si pretendeva indipendente e che rimbalzava tra una fazione e l’altra, in una delle tipiche crisi di nervi dei partiti di sinistra in cui qualunque cosa fai, o non fai, viene interpretata come lo schierarsi con l’uno o con l’altro.
La maggioranza del Prc, che ha eletto segretario Paolo Ferrero, imputa a Sansonetti di aver fatto un giornale di fazione. Della fazione opposta. A me è parso piuttosto, in questi mesi, che il direttore di Liberazione restasse fedele a se stesso, magari accentuando un po’ i toni per pura vis polemica: sono qui, era il senso, per aiutare, facendo in un certo modo il giornale, a cambiare radicalmente il modo d’essere della sinistra. Ma in un periodo in cui la parola «sinistra» è diventata, dentro Rifondazione, sinonimo di «Vendola», mentre la parola «partito», accompagnata dalla parola «comunista», è diventata sinonimo di «Ferrero», questo atteggiamento era del tutto spiazzato. Se mi fossi trovato al posto di Piero mi sarei seriamente chiesto cosa scegliere: se andare fino in fondo, nel modo più esplicito possibile, al limite della provocazione [o di quel che in una situazione del genere viene inteso come tale]; oppure se abbassare i toni, cercare di svolgere un ruolo di comunicatore tra una fazione e l’altra [alla fine, una impresa impossibile]. Lui ha evidentemente scelto la prima strada, costringendo quasi il partito a rimuoverlo. Senza contare i problemi finanziari, che pure hanno una rilevanza forte, considerato che la catastrofe elettorale ha abbassato drasticamente i finanziamenti pubblici al partito [ma, anche qui, qual è l’alternativa? Ridurre al minimo il giornale, dimezzare la redazione? E’ questa la missione del successore di Sansonetti?].
Detto tutto questo, a me pare che l’esito non sia un gran che, sia detto con tutta l’amicizia per Dino Greco, che – ripeto – stimo assai. Ciò che appare, salvo leggere quel che Dino scriverà al momento di iniziare il suo lavoro, è quanto di più ovvio la buona vecchia sinistra comunista possa produrre: la «linea» del partito è questa, il giornale si deve adeguare. Con l’aggravante di scegliere come nuovo direttore una persona che sa di giornali quanto io so di contratti di lavoro [e non rivendico una professionalità «tecnica», ma la sensibilità, che si acquisisce con gli anni e il mestiere, di gestire gli avvenimenti secondo le sfumature del proprio punto di vista, e poi un giornale, per quanto piccolo, è una macchina complessa fatta di persone, di toni e di ritmi]. E la redazione? Si adegui, dicono in sostanza gli attuali dirigenti di Rifondazione, il che non è ragionevole, perché i giornalisti – per quanto possano essere antipatici – sono immersi in una storia, per l’appunto quella dell’autonomia necessaria del loro mestiere.
Noi, Carta, guardiamo da anni con rispetto, e con un certo dispiacere, alle vicende non fortunate della sinistra politica, e di Rifondazione in particolare. Ci pare una storia che è stata grande e che sta esaurendosi in un clima sempre più incattivito. Abbiamo cooperato in ogni modo – fatta salva la nostra autonomia di giudizio e la nostra visione di quel che è accaduto nel passaggio tra un secolo e l’altro – alle evoluzioni culturali e politiche che ci parevano positive. Questa non ci pare utile. Ma non abbiamo suggerimenti da dare, o giudizi da emettere. Qualunque cosa accadrà a Liberazione, la nostra amicizia con molti redattori, e con molti dirigenti di Rifondazione, resta, al di là delle differenze di opinione. Perciò diciamo «ci dispiace» a Piero e «buon lavoro» a Dino.

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