Si allunga l'ombra del G8 genovese

La notte non ha portato consiglio. Mercoledì 31, «day after» dell’imboscata di Italia dei valori e Udeur nel voto in commissione Affari costituzionali alla Camera, a proposito del disegno di legge per istituire la commissione d’inchiesta sul G8 del 2001, i toni restano molto accesi. Anzi, si precisa meglio il senso dell’alleanza tattica tra Di Pietro, Mastella e le destre. Il ministro delle infrastrutture Di Pietro inserisce anche la «questione Genova» nel calderone degli equilibri interni della maggioranza di governo e, per la prima volta, collega il «no» alla commissione d’inchiesta con un «salto di qualità» del governo. Di Pietro, che dentro di sé non ha mai smesso di essere un pubblico ministero, insiste col dire che l’Idv potrebbe approvare una commissione «che indaghi a 360 gradi». E per questo chiede l’intervento di Romano Prodi. Il presidente del consiglio è invocato anche dal ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, ma per il motivo esattamente opposto. «A Genova c’è stata una ferita nella democrazia – ha detto mercoledì Ferrero – e l’episodio di ieri pone la questione della lealtà nei rapporti di maggioranza. E’ necessario un intervento del presidente del consiglio, perché non è possibile che una parte del programma sia regolarmente disattesa». Il riferimento è alle parole di Clemente Mastella, in teoria ministro della giustizia, che ieri, dopo il no del «suo» parlamentare in commissione Affari costituzionali, aveva detto di «non aver letto» della commissione d’inchiesta nel programma elettorale dell’Unione.
Genova, insomma, diventa merce di scambio e al più basso livello possibile. Mastella cerca sostegno per il suo braccio di ferro con la procura di Catanzaro; Di Pietro cerca di alzare il prezzo, in appalti e grandi operette, del suo voto a favore della Finanziaria in Senato.
Anche Massimo D’Alema, in una chat sul sito dell’Unità, è intervenuto: «L’indagine non era rivolta a criminalizzare le forze dell’ordine, semmai ad accertare responsabilità precise. Si tratta di fare in modo che episodi del genere non si ripetano – ha detto il ministro degli esteri – anche a tutela delle forze dell’ordine».
Oltre alle proteste di Rifondazione e Comunisti italiani [più tenui, molto più tenui quelle dei Verdi], dal Brasile arriva una nota dei movimenti sociali riuniti a Belem do Parà per preparare il Forum sociale mondiale del 2009: «I gravi avvenimenti di Genova nel 2001 hanno aperto nel mondo un grande interrogativo sul funzionamento delle istituzioni italiane – scrivono – e la ricerca per porre fine a dubbi e ombre è propria di una società democratica». Che su Genova si stia giocando una partita di pesi e contrappesi nella maggioranza, lo dimostra anche il fatto che il moderatissimo Walter Veltroni ha scritto una lettera alla sua collega genovese Marta Vincenzi. «L’unica cura per le ferite aperte sei anni fa è la verità», ha scritto il leader del Pd.
Nei movimenti italiani, intanto, si discute delle iniziative per rispondere tanto al voto parlamentare quanto alle incredibili richieste dei pm genovesi contro i 25 imputati di devastazione e saccheggio. Il 6 novembre inizieranno in aula le repliche degli avvocati della difesa ed è pertanto urgente sostenere che, oltre alla strategia processuale, ci sia un sostegno politico alla ricostruzione dei fatti implicita nelle requisitorie dell’accusa. Gli appelli «Noi di via Tolemaide» e «la storia siamo noi» hanno proposto una data: il 17 novembre e un modo, il corteo. In attesa dell’assemblea cittadina dei movimenti sociali genovesi, prevista per la sera di mercoledì 31, sono in corso fitti contatti per allargare il raggio dei due appelli e fare del 17 novembre una giornata di mobilitazione nazionale. Con l’obiettivo di ritrovare sui temi di Genova la capacità unitaria del 2001 e di rimettere in moto, attraverso un convegno di studio sulla repressione dal G8 in poi, il ragionamento politico sull’involuzione poliziesca dell’Italia.

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