Un corteo lungo mille chilometri

È il 16 novembre e ci prepariamo a partire per tornare a Genova. Dovrebbe esserci tutto. Occhiali da sole, il bloc notes e la penna, il lettore mp3, e una bottiglietta da 25 centilitri di Stravecchio per i momenti di gelo.
L’appuntamento per chi parte da Roma è alle 21 alla stazione Tiburtina. Quando uno arriva alla stazione per le trasferte da corteo c’è sempre entusiasmo nell’aria si crea sempre una strana alchimia, con un clima tra la scampagnata e la gita delle scuole. Nonostante faccia un freddo cane, l’atmosfera è quella di sempre. Pacche sulle spalle e ottimismo a profusione. Sappiamo che bisogna aspettare molto prima di ritornare al futuro, cioè prima di mettere piede a Genova. Più di sei anni dopo. Il treno che prenderemo non è stato «concesso» da Trenitalia. È stato ottenuto a pagamento, dopo giorni di tira e molla, e dovrebbe partire da Napoli verso le 23. Quindi si partirà solo a notte inoltrata, perché bisogna raccogliere i compagni toscani che ci aspettano a Pisa.
«E’ molto importante essere qui, riuscire a partire tutti insieme e fare in modo che nessuno rimanga bloccato alle stazioni», grida qualcuno dal megafono. Nulla è scontato. Tutti si ricordano del 9 giugno scorso, quando 1500 persone dovevano tornare verso nord dopo la grande manifestazione contro Bush e Trenitalia non voleva far partire i treni. La polizia caricò centinaia di persone che volevano solo tornare a casa, e che pensavano di aver ottenuto il diritto ai treni a tariffa sociale in mattinata quando erano partiti dopo ore di occupazione dei binari. Evidentemente, volevano farli arrivare a Roma ma lasciarli lì. Non era previsto il ritorno.
Squillano i telefonini. Il treno da Napoli è partito, a bordo ci sono trecento persone. Noi romani siamo almeno cinquecento. In larga parte, a occhio, si tratta di giovanissimi, gente che a Genova nel 2001 non c’era. Quelli che c’erano sei anni fa li riconosci perché sono un po’ più nervosi degli altri, e perché di tanto in tanti dicono «non ho più l’eta per fare ‘ste cose». Le comitive si chiudono a cerchio per riscaldarsi a vicenda. A fianco a noi, si sbevazza allegramente. Tale «Sandrino» è preso di mira dai suoi amici. «A Sandriii’, puzzi de m…». E giù risate grasse. Sandrino non fa una piega e si immola a capro espiatorio. Con qualcuno bisognerà pure prendersela, se non altro per ingannare l’attesa.
Giuliana come al solito è a disposizione per i compiti più onerosi, e raccoglie i soldi per pagare il treno. È sempre curioso vedere come tutti si mettano in fila ordinatamente per versare il loro contributo, visto che è evidente che nessun controllore si metterà a verificare. Il tempo scorre lentissimo fino alle 2. Quando una voce incontrollata serpeggia nella sala d’attesa gigante che è diventata la stazione Tiburtina e smuove i cinquecento: il treno arriva al binario due. Dall’androne polare della stazione alla banchina ghiacciata del binario due. Poi arriva la notizia che il binario giusto è il 5. Mille piedi congelati si mettono in fila lungo la linea gialla del binario, saltellando di tanto in tanto. È in questo momento che pensiamo che la fine della sofferenza è vicina, che il treno sta per arrivare e fino a Genova si dormirà al caldo. E allora ci giochiamo il jolly, e la boccetta di Stravecchio si svuota, divisa in quattro persone. Per qualche minuto il sangue torna a circolare insieme al buonumore.
Il convoglio arriva alle 3 e mezza. Sulla fiancata c’è scritto «Uno, nessuno, trecentomila devastatori e saccheggiatori». L’assalto al treno di infreddolite non garantisce a tutti quanti un posto. Bisognerà aggiungere altre quattro carrozze, il che tarda la partenza di un bel po’. Trenitalia il giorno dopo diramerà un comunicato in cui affermerà che il treno aveva il numero di vagoni pattuito nelle trattative [sic] e che le carrozze dei treni charter «erano dotate di impianti di illuminazione e di riscaldamento funzionanti ed erano regolarmente rifornite di acqua e che si rende disponibile a verificare con il cliente gli eventuali disservizi lamentati da alcuni viaggiatori».
Non è così, purtroppo. In alcune carrozze siamo all’addiaccio. Siamo stanchi e ci addormentiamo lo stesso, ma durante quasi rimpiangeremo l’androne della stazione. Paolo, uno di quelli che c’erano anche nel 2001 e che ha preso un giorno di permesso dal lavoro per tornare oggi, si sveglia in preda a un raptus e si attacca come un gatto alle tendine dello scompartimento. Stacca il drappo, gli anelli si sganciano a uno a uno come la tenda della doccia di «Psicho». Paolo ne ricava una copertina da mettere sulle ginocchia. Quelli del centro sociale Esc si stringono e stanno in otto per ogni scompartimento. Il treno cammina mooolto lentamente. Addio all’assemblea mattutina, addio alla passeggiata nella città che sei anni fa non ci avevano voluto far vedere.
Si fa giorno. C’è il sole ma fa freddo. Superiamo Firenze, arriviamo a Pisa. È dove dovrebbero salire i manifestanti toscani, ma il treno è gia pieno, anche nei corridoi. Quindi bisogna ricominciare le trattative, chiedere un altro treno, minacciare di bloccare la stazione. Passa un’altra ora. Da Milano ci fanno sapere che anche la partenza del loro treno è stata ritardata di almeno due ore, arriveranno giusto per la partenza della manifestazione. A La Spezia, manifestanti e passeggeri comuni hanno bloccato per due ore la stazione dopo che Trenitalia ha deciso di fermare il treno perché una decina di persone non avevano il biglietto. Il deputato spezzino di Rifondazione Sergio Olivieri arriva sul posto. «Solo grazie all’intervento del prefetto e del governo siamo riusciti a sbloccare la situazione–racconterà Olivieri–Trenitalia, rifiutandosi di accordare tariffe agevolate, come sempre si fa in questi casi, ha creato enormi problemi all’ordine pubblico. I vertici di Trenitalia erano stati avvertiti, avevamo chiesto con largo anticipo un incontro ma nulla è stato fatto». Finalmente si vede una spaesata lavoratrice del personale viaggiante di Trenitalia. Dev’essere salita solo in Toscana. Un po’ imbarazzato entra negli scompartimenti e chiede «Mi hanno detto che in questa carrozza non funzionano i riscaldamenti è vero?». Qualcuno propone di infilzarla con una stalattite. Paolo le mostra la sua copertina color blu-Trenitalia.
Il treno urla all’unisono quando si scorge il mare dai finestrini sulla sinistra. Verso le 13, a sole sedici ore dall’appuntamento alla stazione, i binari si accostano lungo via Tolemaide. Stiamo tornando davvero, nonostante Trenitalia, che pur sostiene di essere «servizio pubblico», da settimane abbia deciso di mettere dei sassi sui binari del nostro viaggio verso la manifestazione. A Genova tutti sciamano a rifocillarsi, a mettere i piedi al caldo sotto un tavolo. C’è appena il tempo di mangiare e poi parte un altro convoglio, si sale tutti su quello che don Andrea Gallo definisce «il treno dei diritti, che non si può fermare».
«È inevitabile tornare qui e fare dei bilanci», dice Gianni, uno dei nostri corrispondenti dal nordest. Ecco piazza Manin, quella delle mani dipinte di bianco della Rete Lilluput caricate a freddo. Pian piano si ricostruisce la mappa delle giornate di allora. Lì a destra deve esserci la strada che portava al media center e alla scuola Diaz. Quella è la balconata in cui si rifugiarono in tanti il 21 luglio. Che siamo in tanti i capisce subito. Che la situazione è tranquilla anche, nonostante il Secolo XIX sostenga che è stata montata una «tenda di decontaminazione» in un ospedale genovese e continui a soffiare sul fuoco dell’«allarme ultras». Qualche tifoso c’è, in verità. Tra quelli che indossano le sciarpe colorate degli ultras, seguiamo con lo sguardo un gruppetto con una sciarpa bianca e rossa, sembrerebbero tifosi del Vicenza. Con consumata calma, quasi annoiati, senza alimentare nessuna tensione, allontanano dal corteo un ragazzo ubriaco che sproloquia. «È proprio bella Genova», commenta qualcuno mentre entriamo in piazza De Ferrari, dove la tramontana picchia duro. Questa sera la piazza è una festa, quando era il centro della Zona rossa era lugubre e desolata. «Qui se non ci aiutiamo da noi non ci aiuta nessuno», dice don Gallo. E in tanti ricordano le parole che ha scritto Marco Revelli sulla prima pagina del manifesto del 16 novembre: «Oggi sappiamo che ci aspettano anni durissimi, di sfaldamento sociale, di caduta, e di veleni, in cui il futuro dovremo strapparcelo a morsi. Per questo, a Genova, dovremo ritornare in tanti. Per ricominciare. Senza più illusioni. Sapendo di dover contare solo su noi stessi».
Alcuni dei romani, tra quelli che hanno cominciato strappando a morsi il treno per Genova, hanno ancora le forze per staccarsi dalla piazza dove hanno appena finito di suonare gli Assalti frontali. Ci dirigiamo verso piazza Alimonda. Da lì misuriamo i duecento passi che dividono il punto in cui era arrivato il corteo di via Tolemaide quando venne caricato alla piazza in cui venne ucciso Carlo Giuliani il 20 luglio del 2001.
Il treno per il ritorno arriva alle 22 e partirà alle 23. Per fortuna almeno i riscaldamenti funzionano. Fanno 24 ore che stiamo al freddo ininterrottamente, non pare vero di smettere di battere i denti. Martina non vuole togliersi le scarpe, racconta di quando, nella notte tra il 20 eil 21 luglio 2001, gliele rubarono e dovette farsi il corteo e fuggire dalle cariche in ciabatte. La rassicuriamo: può stare tranquilla, se pure dovesse succedere qualcosa questa volta il corteo è finito, anche se è durato mille chilometri in più, anche se fin dalle stazioni delle nostre città abbiamo dovuto cominciare a manifestare per ottenere di poter arrivare. Ma quando Martina si toglie le scarpe pensiamo che è meglio che se le rimetta, visto che le tiene indosso dalla mattina precedente.
Alle 6.30 si arriva a Roma. «La prossima fermata è Vicenza», dice qualcuno ricordando la manifestazione No Dal Molin del prossimo 15 dicembre. Scendiamo sbadigliando alla ricerca di edicola e bar. Dal fondo corteo silenzioso che scende dal treno si sente un grido isolato: «A Sandrinooooo, puzzi de m…». Povero Sandrino!

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