La sentenza con cui il tribunale di Genova ha condannato 24 manifestanti è la prima. Seguiranno le sentenze sulla «macelleria messicana» alla Diaz e sulle torture a Bolzaneto. Un bilancio su come la magistratura ha sbrogliato la matassa del G8 di sei anni fa lo si potrà fare solo allora. Gridare oggi «finalmente è stata fatta giustizia!», come fa il leghista Castelli, intendendo che finalmente è chiaro come a provocare tutto furono i manifestanti, è una idiozia. Quel Castelli, per altro, riuscì a visitare la caserma di Bolzaneto – da ministro della giustizia –senza accorgersi di quel che vi stava capitando. Quindi taccia, prego.
La stessa sentenza contro i manifestanti, strombazzata come «102 anni di carcere!», sembrerebbe una sentenza double-face, anche se bisognerà aspettare le motivazioni per capire meglio. Per un verso, l’imputazione per «devastazione e saccheggio» è stata accolta, ed è un precedente pericolosissimo: si tratta di un reato varato in piena seconda guerra mondiale contro gli sciacalli che rubavano nelle case bombardate, mai applicato prima e che comporta pene incredibilmente alte. Però ad esserne colpiti sono stati solo la metà dei 25 imputati. Agli altri sono state riconosciuti reati minori, e si tratta di quelli che erano in via Tolemaide quando il corteo delle «tute bianche», che era ancora nel percorso autorizzato, fu attaccato senza preavviso: il tribunale ha in sostanza riconosciuto il diritto a resistere a quelle cariche, e ha punito solo i comportamenti successivi, rinviando poi a giudizio tre agenti delle forze dell’ordine per falsa testimonianza: perché, cioè, avevano detto che gli imputati avevano fatto cose che non hanno fatto.
Sarebbe sbagliato non vedere i diversi lati della sentenza: le mobilitazioni che l’hanno preceduta, il gran lavoro degli avvocati, l’enorme documentazione che è stata prodotta un effetto l’hanno ottenuto. La partita sulla verità è ancora aperta.






