Ecco perché stiamo con gli imputati del Sud ribelle

La vicenda giudiziaria dei militanti della rete “Sud Ribelle”–degli altri coimputati calabresi nonché del napoletano Francesco Caruso e del veneziano Luca Casarini–ha avuto inizio quasi sei anni fa, quando la nostra città viveva ancora quella sua fase di rinascita culturale e rinnovamento urbanistico. A quei tempi, Cosenza costituiva un riferimento non solo per le altre città calabresi ma anche per quelle, di dimensioni urbane analoghe, sparse per tutto il Meridione.
Va detto subito, per l’intelligenza di tutta la vicenda, che, all’epoca, anche l’amministrazione cittadina era diversa, talmente diversa da organizzare subito, all’indomani degli arresti, assieme a centinaia di giovani militanti no-global di ogni parte d’Italia, una grande manifestazione di protesta contro i provvedimenti giudiziari e di solidarietà attiva verso coloro che ne erano colpiti.
Si è trattato di una delle più grandi manifestazioni, per numero di partecipanti e fusione collettiva, che Cosenza abbia mai conosciuto nel corso della sua lunga storia. La città era quasi tutta là, orgogliosa e fiera dei suoi giovani figli ribelli. In effetti, i mandati di cattura apparivano provvedimenti giudiziari molto gravi ma poco seri, scarsamente credibili. L’idea della locale Procura era che, dalla Calabria, tra Diamante e Cosenza, fosse partito, nel ‘98 un disegno sovversivo contro “l’ordine economico mondiale”; e che le stesse giornate sanguinose di Genova rientrassero in quel disegno; tutto questo prima d’essere incredibile risultava, con ogni evidenza, ridicolo.
V’era, piuttosto, il sospetto che la stessa mano che aveva ordinato le cariche ed i pestaggi a Genova, avesse voluto, l’anno successivo, costruire, a Cosenza, un contro-altare al processo avviato nella città ligure contro gli alti funzionari di polizia responsabili, insieme a decine di agenti e carabinieri, non solo di violenze fisiche al limite del sadismo ma anche di omissioni e false testimonianze volte ad occultare quelle stesse violenze.
Così sembrava; anche perché v’era un raccordo istituzionale tra i pestaggi contro i no-global a Genova ed i mandati di cattura contro i no-global a Cosenza, cioè tra capo della polizia e procura cosentina, rappresentato da un certo sottosegretario del governo Berlusconi, sottosegretario qualche po’ corrivo, il cui nome, al momento, ci sfugge…
Da allora, il processo si è trascinato stancamente, udienza dopo udienza, per tutti questi anni. Nel frattempo la città è degradata: i finanziamenti europei sono intercettati e dissipati dalla più pericolosa tra le criminalità, quella rappresentata da certo ceto politico; la pubblica denuncia delle attività della malavita tradizionale ha il sapore dell’alibi; sorgono
come funghi palazzoni brutti e costosi; i nuovi quartieri sono privi di piazze e perfino di marciapiedi; le strade, sempre più strette, sono intasate dalle macchine; le assunzioni del personale pubblico avvengono secondo un criterio familistico-clientelare, talmente sicuro di sé da evitare l’ipocrisia del nascondersi.
Anche l’amministazione è cambiata, come è giusto che sia; ora ve ne è una del tutta adeguata ai tempi.
Quel che risulta paradossale è che la Procura cosentina abbia speso i soldi dei contribuenti per occuparsi delle vite parallele di Cirillo e Caruso, piuttosto che gettare una occhiata nel mondo purulento della speculazione edilizia e della corruzione istituzionale. In mezzo a tanta degenerazione vi sono questi ribelli che testimoniano con le loro vite contro la rassegnazione ed il cinismo.
Sono loro che salvano l’onore della città. Per questo anche noi saremo presenti agli appuntamenti pubblici in occasione delle ultime scadenze processuali; ed invitiamo le donne e gli uomini a dimostrare, come sei anni fa, la solidarietà ai figli migliori di questa città.

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