Sviste a cavilli di un'inchiesta dimenticata

Nell’elenco delle persone offese figurano, tra gli altri e in rigoroso ordine alfabetico «Berlusconi Silvio, nato a Milano il 29 settembre 1936, all’epoca dei fatti Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana,(57.634.000), Blair Anthony. nato ad Edinburgo il 6 maggio 1953, all’epoca dei fatti Primo ministro del regno unito, abitanti 60.609.155, Bush Gorge, nato a New Haven, in Connecticut, presidente degli Stati Uniti d’America, 280.562.490 abitanti.».
A chiudere la lista Putin Vladimiri e Schroeder Gerard.
Era il 15 novembre 2002, quando l’Italia si accorse che oltre a quella di Genova, competente per natura, c’era un’altra procura che indagava sul G8 di Genova. Il magistrato cosentino Domenico Fiordalisi, aveva chiesto e ottenuto gli arresti di 25 persone, indagandone altre 43, accusate di far parte di una struttura, denominata «Sud Ribelle», «un’associazione criminale di natura sovversiva formata, che segue con metodi violenti il raggiungimento di fini di sovversione dell’ordinamento economico mondiale». I capi risultano essere Francesco Caruso, Luca Casarini, e qualche no global di Cosenza, Taranto, Vibo Valentia, Montefiascone. L’inchiesta fece scalpore. La discrepanza piuttosto evidente tra « i fini sovversivi mondiali » e la personalità degli indagati, alcuni evidenti strafalcioni – la ragione sociale di radio G.A.P., acronimo di Global Audio Project, venne interpretato invece come un omaggio ai gruppi di azione partigiana – produssero l’effetto di unire nelle critiche all’inchiesta sinistra e destra, no global e uomini di chiesa. L’11 dicembre il riesame di Catanzaro annullò l’ordinanza d’arresto, con motivazioni piuttosto esplicite: «Assoluta insussistenza di gravi indizi di colpevolezza», «quadro probatorio inadeguato», «reati e scenari abnormi rispetto alla realtà fattuale». Sembrava tutto finito, e nessuno se ne occupò più. Ma la giustizia italiana offre sempre una seconda possibilità. Nel silenzio, Fiordalisi fece ricorso alla Cassazione, ma non sul merito della decisione. Si appellò ad un cavillo giuridico. La composizione del collegio del riesame era stata effettuata in violazione delle norme tabellari del tribunale di Catanzaro. Ricorso accolto, per «vizio di forma». Un nuovo collegio decise che si era in presenza di elementi di accusa «dubbi», ma comunque da valutare. Anche il processo ha avuto un andamento balzano. Il pm Fiordalisi lo abbandona, tornando alla procura d’origine (Paola), e viene sostituito da una staffetta di colleghi. In autunno, alla stretta finale in prossimità della requisitoria, torna. Alcuni pm, infatti, minacciavano obiezione di coscienza, non convinti della bontà dell’inchiesta. L’impianto accusatorio si basa su intercettazioni e una serie di video che non servono ad identificare gli imputati, ma sono prodotti per «interpretare gli eventi», come è stato sostenuto in aula. Nelle cinquemila pagine di conversazione telefonica, figurano anche intercettazioni di parlamentari non autorizzate. Ma l’ascolto dei file audio rivela un dettaglio che è oggetto di un dossier presentato nell’ultima udienza. Molte intercettazioni, infatti, contengono voci registrate prima dell’invio o della ricezione della telefonata. I periti della difesa ipotizzano che le intercettazioni siano state effettuate con apparecchi fai da te, e non con quelli autorizzati. Un pasticcio, non il primo in questa inchiesta molto alternativa sui giorni di Genova.

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