Torniamo a Cosenza

Nella notte tra il 14 e il 15 novembre 2002, i Reparti operativi speciali dei carabinieri e il Gruppo operativo mobile della polizia fanno irruzione in decine di case di attivisti del Sud. Si muovono su mandato di un pm della procura di Cosenza, Domenico Fiordalisi, irrompono nella vita di persone comunemente ribelli, gente che ha sfidato alla luce del sole la «normalità» del Sud clientelare e assopito. Le divise bussano alla porta, dicevamo. Annetta pensa che Paolo gli sta facendo uno scherzo e realizza che la stanno arrestando solo quando vede il mitra. La mamma di Gianfranco apre, vede quegli uomini incappucciati e gli dice: «Avete freddo, volete che vi faccia un caffè caldo?». Claudio va alla porta credendo che Luca, che se n’era appena andato, aveva dimenticato qualcosa. Giovannino spiega con naturalezza che le due piante di marijuana che gli uomini in divisa hanno trovato nel corso della perquisizione sono un modo per sfuggire al narcotraffico. Antonio si preoccupa subito di nascondere il passamontagna dell’Ezln che gli avevano portato come souvenir dal Chiapas zapatista.
Questi fotogrammi, come è accaduto per le scene delle cariche di via Tolemaide o gli spari di piazza Alimonda, sono rimasti incastrati nelle nostre menti. E’ come se li avessimo vissuti tutti in prima persona. Superammo, in parte, il trauma andando in 150 mila a Cosenza e scoprendo che non eravamo soli, noi e loro. Adesso che Fiordalisi ha chiesto 50 anni di carcere per i 13 imputati di associazione sovversiva e cospirazione politica, è tempo di tornare lì, in quella città che si trova tra i monti della Sila e il mare Tirreno. Domani torniamo a Cosenza, a liberare un altro pezzo della nostra storia.

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