«Tortura al G8. Yes we can». Una serata al loft del Pd

«Tortura al G8. Yes we can». Lo striscione giallo con i caratteri blu e neri avvolge l’entrata della sede nazionale del Partito democratico, nei pressi del Circo Massimo. Sono le 18 e 15 di mercoledì 12 marzo: quaranta persone, studenti e attivisti di alcuni centri sociali romani, sono entrate nel loft di Veltroni e stanno occupando pacificamente gli l’ingresso dello stabile. Il servizio d’ordine è preso alla sprovvista e bisbiglia frasi imbarazzate: «State calmi», «non c’è nessuno», «stiamo lavorando», e così via. Dopo un minuto, spuntano vecchie facce del servizio d’ordine del Pci, un po’ di tensione ma decidono di non mostrare i muscoli.
Gli attivisti chiedono di parlare con qualche responsabile per sapere qual è la posizione ufficiale del Pd in merito alle richieste di condanna per gli episodi di tortura avvenuti nella caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova. Settantasei anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione: è la condanna complessiva chiesta dai pm Petruzziello e Miniati per i 44 imputati [funzionari, medici, poliziotti, carabinieri, agenti di polizia penitenziaria] che, però, usufruiranno della prescrizione dei reati prevista per il 2009. Dopo dieci minuti si affaccia Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente, membro dell’esecutivo nazionale del Pd. Si rende disponibile per un confronto; nel frattempo, davanti la sede accorrono giornalisti, fotografi, qualche telecamere e gli agenti della Digos inviati dalla sede centrale di via Genova.
«Nel 2001 anche io ero con voi nelle strade di Genova – dice Realacci – Mi sono sempre espresso contro le violenze della polizia e per fare piena luce sulla scuola Diaz e Bolzaneto». «E allora perché, prima, le promozioni dei funzionari coinvolti e, adesso, il silenzio sul processo di Bolzaneto?», chiedono gli attivisti. L’ultima, in ordine di tempo, riguarda Giacomo Toccafondi, inviato di recente nel contingente della Croce rossa italiana in Kosovo, responsabile medico della caserma di Bolzaneto, accusato di diversi episodi di percosse, ingiurie e violenza privata. Realacci dice di non conoscere il caso. «Vogliamo una dichiarazione ufficiale del Pd sul processo Bolzaneto, altrimenti rimaniamo a oltranza», dicono gli occupanti. Realacci si ritira nel suo ufficio, contatta Veltroni e concorda una dichiarazione che verrà battuta alle agenzie verso le 19.30. «Quanto accaduto in quei giorni rappresenta una ferita nella coscienza civile del Paese – si legge nel testo–In particolare, il comportamento tenuto da alcuni esponenti delle forze dell’ordine durante l’azione alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto è stato inaccettabile. Questa ferita va sanata con il pieno accertamento della verità, sia nelle aule giudiziarie, sia in altre sedi».

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