Amato boccia la commissione d'inchiesta sul G8

La notizia è in fondo, nell’ultima colonna della lunga intervista del ministro dell’interno Giuliano Amato pubblicata venerdì dal quotidiano La Repubblica. E la notizia è che la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 genovese del 2001 non si farà. Era nel programma dell’Unione, due anni fa, ed è stata per tutta la breve legislatura del governo Prodi una richiesta costante delle forze che ora formano la Sinistra e l’Arcobaleno. Amato lo sa benissimo e per questo ripete a Giuseppe D’Avanzo che «per accertare la verità di Bolzaneto conviene affidarsi al lavoro del giudice e lasciar perdere le commissioni parlamentari». Fine. Salvo un piccolo particolare, che manca nell’intervista: i procedimenti per cui sono imputati 44 agenti di vari corpi di polizia [e non solo quella penitenziaria come dice Amato nell’intervista] sono a rischio prescrizione, per cui l’esito probabile del lavoro testardo dei pm genovesi potrebbe essere un nulla di fatto. E a quel punto?
C’è qualcosa che non torna nella campagna degli ultimi giorni, innescata dalle requisitorie dei pm nelle udienze per le torture subite da decine di persone nella caserma di Bolzaneto. Nulla o quasi di quanto i pm hanno detto in aula è nuovo: da subito dopo i giorni del 2001 le testimonianze raccolte dal Comitato verità e giustizia per Genova e dal Supporto legale avevano evidenziato il chi, il come, il quando di quello che è successo. E’ tutto ampiamente documentato, negli articoli pubblicati su questo tema, dal 2001 a oggi, su Carta, il manifesto e Liberazione, i tre giornali che hanno continuato a tenere viva l’attenzione su Genova. Amato dice che la «politica è stata indifferente». Non è vero. Non è stata indifferenza: ogni volta che, per un passo nuovo delle indagini o per un’inchiesta giornalistica, qualcuno in parlamento e fuori tornava a chiedere la commissione d’inchiesta, c’è stata una levata di scudi, spesso bipartisan, contro uno strumento legittimo e previsto dalla costituzione. Negli ultimi due anni, quello che oggi è il Partito democratico è stato zelante nell’applicazione del diritto di veto su quella richiesta, alleandosi con le destre quando è stato necessario. Amato incluso. Tanto che il primo applauso all’intervista di Amato è venuto da uno dei colonnelli di Alleanza nazionale, Alfredo Mantovano, che ha definito «sagge» le parole del ministro dell’interno. Perfino Veltroni che improvvisamente si è accorto che sette anni fa è successo qualcosa a Genova, ha detto che «bisogna fare chiarezza», ma non ha detto né come, né quando. L’intervista ad Amato illustra molto bene quale sia la linea, sottile, tenuta fin qui dal Viminale, dal 2001 in poi: da un lato, si grida allo «scandalo», ai fatti «inconcepibili», dall’altro però, i reati ascritti agli imputati sono considerati troppo «leggeri» [violenza privata e abuso d’ufficio, su tutti] per giustificare la sospensione dal servizio o il blocco delle promozioni arrivate sistematicamente negli ultimi anni. Ma, terza piroetta, l’esistenza di inchieste giudiziarie per quei reati «lievi» sono l’alibi per non fare la commissione d’inchiesta. Che però, Amato fa finta di dimenticare, non deve stabilire le responsabilità penali, che rimangono personali e sono presunte fino a condanna definitiva, ma quelle «di sistema», politiche, se si preferisce. Amato rovina il giallo di Bolzaneto, e di Genova, rivelando non il colpevole, ma l’innocente: Gianni De Gennaro, nominato capo della polizia durante il primo centrosinistra, confermato da Berlusconi e ora capo di gabinetto di Amato, nonché supercommissario per l’emergenza rifiuti in Campania. Chiunque sia il colpevole del disastro del G8 del 2001, De Gennaro non c’entra, dice in sostanza Amato. Una presunzione d’innocenza rafforzata. E un’indicazione per il prossimo governo, quale che sia: la politica continuerà ad essere «indifferente».

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