La sentenza del processo di Cosenza contro tredici attivisti dei movimenti sociali non lascia adito a dubbi: assolti perché il fatto non sussiste. Pubblichiamo di seguito un’inchiesta comparsa su Carta n.2 dello scorso gennaio sulla congettura ordita dal pm Domenico Fiordalisi e sul ruolo della questura del capolugo calabrese nell’istruire il processo.
Con la requisitoria del pm Domenico Fiordalisi, il processo di Cosenza contro i tredici persone accusate di aver voluto «sovvertire violentemente l’ordine economico costituito nello stato» per essere stati fra gli animatori delle grandi manifestazioni di Napoli e Genova del 2001 è alle battute finali. È stato scritto di un dossier del Reparto operativo speciale dei carabinieri. Un plico rilegato in nero, di oltre mille pagine che ha fluttuato per le procure di mezz’Italia per poi incagliarsi nel porto delle nebbie di Cosenza. È stato spiegato a più riprese di come il processo cosentino sia «il» processo di Genova, quello più propriamente politico, perché punta dritto all’attività politica e sociale dei tredici imputati. Ma c’è un terzo elemento che bisogna cogliere per capire la natura di questo processo. Riguarda la vita di una cittadina di provincia, le rivalità, le alleanze trasversali, le clientele, i piccoli giochi di potere, le famiglie feudali.
La «Rete del Sud ribelle» secondo l’accusa si sarebbe costituita a Cosenza 19 e 20 maggio 2001, «per iniziativa – scrive Fiordalisi nella sua memoria al Tribunale del riesame di Catanzaro – di alcuni napoletani, calabresi e pugliesi». La fondazione di questa «associazione sovversiva», insomma, si sarebbe tenuta alla luce del sole, negli spazi del centro sociale Gramna, annunciata da manifesti e raccontata dalle cronache dei quotidiani locali. Si trattava di un’assemblea di preparazione alle contestazione al G8 di Genova. Per due giorni decine di persone si confrontarono e fotografarono una situazione fortemente incerta e disomogenea. Un tizio venne visto armeggiare goffamente nei locali del centro sociale con una radio trasmittente nascosta dentro il giaccone. Chi ospitò la riunione non diede molto peso a quell’episodio: da anni la questura cosentina stava sottoponendo chiunque decidesse di fare attività politica a controlli estenuanti, pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni.
Tiriamo un filo da questa matassa ingarbugliata. È il 23 febbraio del 2001, Claudio Dionesalvi porta la sua automobile dall’elettrauto. C’è qualcosa che non va: la batteria si scarica troppo velocemente. L’elettrauto apre il cofano, e trova un filo che conduce fino a una microspia collegata all’impianto elettrico dell’auto, sotto il tettuccio. Claudio è da sempre un ultrà della locale squadra di calcio, è uno dei fondatori del centro sociale Gramna, lavora per un un quotidiano locale, interviene spesso a convegni e scrive libri. Dopo l’episodio della microspia, il segretario della Cgil cosentina Massimo Covello scrive un comunicato molto duro, in cui afferma allarmato di essere spaventato per «la tutela e le garanzie della libertà». Una mattina, Claudio riceve una lettera anonima che lo riporta a un episodio dell’anno precedente. Dentro la busta ci sono i verbali delle intercettazioni ambientali effettuate dalla Digos nella macchina. Claudio parla con Michele Santagata, un altro dei tredici che poi verranno messi alla sbarra da Fiordalisi. Michele ha fondato l’associazione «La casbah», che si occupa di immigrati. In quel periodo aveva messo su una struttura di accoglienza in occasione del ramadan: ogni sera in un casolare lungo il fiume Crati, distribuivano pasti per i migranti che digiunano durante il giorno. Nei verbali dell’intercettazione Michele e Claudio parlano di una storia che gli era stata raccontata da alcuni nordafricani durate il ramadan. Riferiscono di tangenti in cambio dei permessi di soggiorno.
Quei verbali potevano venire solo dalle stanze della questura, in cui le intercettazioni sono state sbobinate. Erano accompagnati da una lettera scritta con un normografo, in cui si sosteneva che alcuni poliziotti ricevevano denaro in cambio dei documenti. Non possiamo sapere se quella lettera è un avvertimento trasversale [come a dire: «Sappiamo che sai queste cose»] o una «soffiata» dettata da rivalità interne alla polizia. Di certo, le rivelazioni di quella lettera gettano una luce inquietante su un altro episodio dell’anno precedente. Il giugno del 2000, allo stadio San Vito di Cosenza si gioca una partita del campionato di calcio di serie b, tra Cosenza e Brescia. Alla fine, uomini della polizia locale entrano in curva e caricano duramente i tifosi della squadra di casa. Sulle gradinate della curva si scatena il fuggi fuggi. Ma, come dimostrano chiaramente alcune immagini di quel pomeriggio, gli uomini in divisa puntano con decisione verso Claudio: qualcuno addirittura lo indica. Lui cade, viene raggiunto. È un pestaggio in piena regola, che gli causerà la frattura esposta della tibia, quindici giorni di ospedale e un intervento chirurgico. Dopo tre interrogazioni parlamentari, persino l’Arma dei Carabinieri prende le distanze da quell’episodio. Appena Claudio esce dall’ospedale, all’alba di un giorno d’estate del 2000, riceve la visita di alcuni funzionari di polizia. Gli sequestrano agende, appunti e computer.
C’è poi un personaggio influente che aveva deciso che gli attivisti cosentini erano dei «sovversivi» da codice penale, ben prima del pm Fiordalisi. Si tratta di Nicola Adamo, dirigente locale dei Ds e oggi figura di primo piano del Partito democratico calabrese. Adamo è noto al di fuori della Calabria alle cronache rosa, per la sua relazione extraconiugale con la sindaca di Cosenza Eva Catizone. Ma è conosciuto anche alle cronache giudiziarie: i Pm dell’inchiesta «Why not» ipotizzano che faccia parte di un gruppo di potere trasversale che avrebbe gestito truffe utilizzando finanziamenti pubblici. I reati contestati, a vario titolo, sono associazione a delinquere, corruzione, violazione della legge sulle associazioni segrete, truffa, finanziamento illecito ai partiti». Fu lui a inaugurare l’«allarme sovversivi» a Cosenza, quando ricevette una torta in faccia nel corso di un congresso locale del suo partito. I «sovversivi» non se la presero e diramarono un comunicato firmato «Brigate pasticcere». Nel 1999 i «pasticceri» invasero pacificamente la sede dei per protestare contro i bombardamenti in Serbia. Adamo non esitò a sporgere denuncia per occupazione. Con solerzia, la Digos convocò alcuni attivisti cosentini in questura, li interrogò, gli prese le impronte digitali.
Il dirigente della Digos si chiama Alfredo Cantafora. È stato uno dei testi principali dell’accusa nel corso delle udienze in corte d’assise al processo cosentino. Nel 2004 i senatori calabresi di Forza Italia hanno chiesto ai ministri della giustizia e degli interni i motivi della mancata promozione e gratificazione della squadra della Digos di Cosenza, segnalando che «tale incongruenza certamente determinerà una demotivazione del formidabile gruppo di persone che ha seguito le indagini, le quali hanno avuto risonanza mondiale, oltre che dei loro colleghi delle altre questure e dei comandi dei carabinieri che si trovano quotidianamente a combattere con una minoranza politica violenta ed agguerrita». Nel novembre 2006 Cantafora racconta in aula di aver avuto «una delega da parte del dottor Fiordalisi ad andare ad acquisire atti presso alcune procure d’Italia». Ha regalato momenti di ilarità a chi assisteva all’udienza, quando ha sostenuto che alcuni imputati avevano usato violenza sulle forze dell’ordine armati di verdure e scolapasta, nel corso della manifestazione del marzo 2001 a Napoli. Il suo collega Eugenio Astorino ripropone la storiella dell’università della Calabria come culla di terroristi, che risale agli anni settanta.
Un’inquietante traccia dei legami tra i dirigenti della Digos e un pezzo del mondo politico cittadino arriva nel maggio del 2006. È appena cominciata la campagna elettorale per le elezioni amministrative. Il centrodestra non partecipa alla competizione elettorale per singolari «vizi di forma» nella presentazione delle liste. I maligni parlano della decisione di non partecipare alla competizione elettorale per un accordo sottobanco con i Ds. Si contendono la poltrona di sindaco l’ex democristiano Salvatore Perugini, sostenuto da Ds e Margherita, e il «nipote d’arte» Giacomo Mancini Jr., sostenuto da Rifondazione e Socialisti. Il diessino Nicola Adamo denuncia: tra i candidati a sostegno di Mancini ci sono alcuni mafiosi che «ostacolano la crescita della città». Una strana interpellanza di Forza Italia porta la denuncia di Adamo in parlamento. Pochi giorni dopo, il superprefetto antimafia Luigi De Sena spiega: «Si tratta solo di giudizi politici». Eppure, il 22 maggio, a meno di una settimana dal voto gli agenti della Digos, diretti dal dottor Alfredo Cantafora vanno gli uffici dei Comune di Cosenza per «sequestrare» le liste elettorali dei candidati al consiglio comunale. Come si scoprirà solo dopo l’elezione di Perugini, questo gesto plateale e amplificato dai media, non era stato chiesto da alcun mandato della competente Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.
Il quadretto della questura cosentina fino a poche settimane fa era arricchito da Stefano Dodaro, il capo della squadra mobile. Dodaro è marito del magistrato Manuela Morrone, della procura di Cosenza che è figlia di Ennio Morrone, ex assessore regionale e oggi deputato dell’Udeur coinvolto in inchieste legate alla sua attività di amministratore. Il fratello di Ennio Morrone, Giancarlo, è assessore nella giunta Perugini. Di recente, Dodaro è stato promosso a Roma, alla Direzione centrale anticrimine. Al suo posto è arrivato Fabio Ciccimarra, ex commissario capo di Napoli. Cioè l’unico poliziotto indagato per abusi sia a a Napoli che a Genova, dove è stato rinviato a giudizio per l’irruzione alla scuola Diaz. Dalla padella alla brace.






