Mancano poche ore a uno snodo importante relatuvio agli strascichi giudiziari sui fatti di Genova del 2001. Dopo l’assoluzione con formula piena del processo [su Genova] di Cosenza e la condanna ai 25 manifestanti presi a caso durante gli scontri del luglio 2001, è attesa nel pomeriggio la sentenza del processo sui presunti soprusi e violenze perpetrate nella caserma di Bolzaneto ai danni dei manifestanti arrestati o fermati durante il G8 di Genova nel 2001. Il collegio giudicante presieduto da Renato Delucchi, dopo una breve udienza questa mattina, si è ritirato in camera di consiglio. I pubblici ministeri Vittorio Ranieri Miniati e Patrizia Petruzziello avevano chiesto complessivamente 76 anni, 4 mesi e 20 giorni di reclusione per i 45 imputati tra appartenenti alle forze dell’ordine, personale medico e della polizia penitenziaria, accusati, a vario titolo, di abuso d’ufficio, violenza privata, abuso di autorità nei confronti di detenuti o arrestati, violazione dell’ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Nel corso della breve udienza di stamane, il tribunale ha preso atto della formale rinuncia alle repliche da parte della pubblica accusa, come da atto depositato in cancelleria il 19 giugno scorso. La rinuncia è dovuta alla necessità di stringere i tempi per evitare la prescrizione e la norma blocca-processi. I pubblici ministeri hanno scelto di utlizzare questa strategia: giocare d’anticipo sul decreto blocca-processi in discussione alle camere. La prescrizione è prevista per il prossimo gennaio, dunque agli avvocati che difendono gli uomini delle forze dell’ordine sarà sufficiente presentare ricorso in appello per avere la certezza che i loro assisti non scontino alcuna pena. Ma la sentenza di primo grado è comunque importante: per il suo significato simbolico e perché dipenderà da una condanna e dal riconoscimento di responsabilità precise il fatto che le vittime possano rivalersi sui colpevoli in sede civile per ottenere almeno che i torturatori di Bolzaneto paghino in denaro alcuni dei danni, in molti casi permanenti, inflitti ai manifestanti. Non è stato facile arrivare a questo punto.
Il destino del processo per l’irruzione alla scuola Diaz, avvenuta la sera del 21 luglio, è invece ancora fortemente in blico. La nuova formulazione della norma blocca-processi sarà discussa, pare in forma parzialmente attenuata, alla camera nei prossimi giorni. Ciò rende più dubbia la sua applicabilità, anche grazie all’accusa di «porto di armi da guerra» a carico del vice-questore Pietro Troiani e dell’agente di polizia Michele Burgio, accusati di aver portato nella scuola due bottiglie molotov, che sono considerate prgini bellici, per giustificare la perquisizione arbitraria. Si tratta di un capo di mputazione gravissima che potrebbe evitare che il dibattimento si fermi. Come ha sottolineato nella sua requisitoria il pm Zucca, il livello di omertà è simile a quello riscontrato in ambienti mafiosi: «è un altro tipo di processi che è considerato difficile come questo che è quello contro la criminalità organizzata, sotto il profilo, tecnicamente parlando, dalla ricerca di una prova in un ambiente in cui omertà coperture e impenetrabilità rendono il lavoro difficile – ha detto Zucca in un aula plumbea – In tutti questi processi alle persone offese si dice ‘Lascia perdere, sarà vero ma i rischi di un processo sono tanti’. Poi ci sono processi in cui l’aura di intangibilità di un poliziotto sembra maggiore quando l’accusa nei suoi confronti proviene da chi è screditato maggiormente perché è considerato un nemico dello stato».






