La tattica ha funzionato. Ciascuno ha fatto la sua parte. L’inchiesta per le torture subite da centinaia di persone nel «carcere provvisorio» di Bolzaneto è andata come doveva andare. I pm genovesi hanno fatto quello che hanno potuto, ma la testuggine delle forze dell’ordine e dei governi che si sono succeduti dal 2001 a oggi ha rintuzzato ogni incursione. Nulla lascia intendere che le cose andranno diversamente per il blitz alla scuola Diaz. Tra pochi giorni, i pm depositeranno la richiesta di condanna per i poliziotti che parteciparono alla «macelleria messicana» della notte del 21 luglio. Dopo le sentenze di ieri, gli imputati possono sperare. Le inchieste sono state rallentate fino ad arrivare sulla soglia della prescrizione; la commissione d’inchiesta è stata affossata nella melina istituzionale e grazie alla complicità attiva dell’attuale Pd. I vertici della catena di comando sono ancora più in alto e più intoccabili, a partire da Gianni De Gennaro che, anche se in autunno sarà forse rinviato a giudizio per falsa testimonianza, è oggi a capo della struttura che coordina i servizi di intelligence. Meglio di così, in effetti, non poteva andare.
Rimane, però, un grumo insolubile in qualsiasi soluzione politica. Rimane profondo il dubbio sulla «qualità» democratica di pezzi consistenti delle cosiddette forze dell’ordine. Rimane la restaurazione di un’idea solo repressiva delle funzioni di polizia e solo militare dell’ordine pubblico. Sette anni non sono bastati per fare chiarezza e per inoculare gli anticorpi necessari a evitare che, su ogni intervento degli agenti, su ogni arresto, scenda l’ombra del sospetto che davanti alla legge ci sono cittadini più uguali degli altri.
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