Tutte le lezioni che si possono trarre dalla sentenza sulla mattanza della Diaz indicano che il tasso di legalità costituzionale e di etica pubblica nei vertici della polizia è paurosamente basso. Tutto spinge nella direzione di una democrazia autoritaria.
Ora che è finito, possiamo senz’altro definire il processo Diaz come la fiera dell’impunità. Chi diceva: non illudetevi, lo stato non condannerà mai il vertice della polizia, ha avuto puntualmente ragione. In verità ben pochi si illudevano: la storia giudiziaria del nostro paese è quella che è e non lecito ignorarlo. Valeva tuttavia la pena di impegnarsi. Lo hanno fatto i due pubblici ministeri, Vittorio Zucca e Francesco Cardona Albini, che hanno dovuto affrontare ostacoli e minacce d’ogni tipo, e anche le parti civili e i loro avvocati, la segreteria legale che ha curato il lavoro di analisi e documentazione, i comitati. Ne valeva la pena, perché oggi, grazie all’inchiesta e al processo, non c’è nessuno in Italia che possa negare quel che è avvenuto alla scuola Diaz: un pestaggio indiscriminato che ha messo a rischio la vita di alcune persone; l’arresto arbitrario di 93 persone sulla base di prove false. E’ una verità di senso comune; in aula non è stata negata nemmeno dagli imputati.
Il processo è servito anche a un’altra cosa: ha mostrato qual è lo spessore morale, l’etica democratica ai vertici della nostra polizia. Non è stato un bello spettacolo. I pm hanno denunciato l’ostruzionismo e l’omertà dell’istituzione polizia e di alcuni imputati. La distruzione, all’interno della questura di Genova, delle due bombe molotov ricevute in custodia, è stato un gesto di straordinaria arroganza. Gli alti dirigenti imputati non si sono persi una seduta durante la lunga fase delle udienze preliminari: poteva sembrare un gesto corretto, di rispetto per la magistratura, si trattava invece di ben altro. In quella fase speravano ancora d’essere prosciolti e avevano interesse a esercitare una pressione morale sul gip. Hanno smesso di venire in tribunale quando è cominciato il processo vero e proprio. A quel punto la presenza in aula non serviva più. Ventisette imputati su 29 – uniche eccezioni Vincenzo Canterini e Michelangelo Fournier, comandante e vice comandante del VII reparto mobile autore dei primi pestaggi all’interno della scuola – si sono addirittura avvalsi della facoltà di non rispondere. Il rifiuto di sottoporsi all’esame dei pm e degli avvocati, naturalmente, è un diritto che spetta a tutti gli imputati, ma un alto dirigente dello stato, e tanto più se svolge funzioni di comando in polizia, non è un imputato comune. L’etica pubblica, in democrazia, impone una scelta: se il dirigente vuole mantenere il proprio incarico ed onorarlo, deve presentarsi in tribunale, rispondere delle proprie azioni e affrontare lealmente il giudizio, senza frapporre ostacoli all’accertamento delle responsabilità. Se invece intende comportarsi come un imputato qualunque e avvalersi della facoltà di non rispondere, il funzionario non potrà che lasciare l’incarico o essere indotto a farlo. Il processo Diaz ha insomma dimostrato che al vertice della polizia non esiste un’etica pubblica degna di una sana democrazia.
L’ultimo insegnamento che ci arriva dalla sentenza di giovedì sera è il più importante: viviamo in una fase di acuta emergenza democratica. Non siamo ancora allo stato di polizia, ma le assoluzioni, il tipo di condanne inflitte, la dinamica del processo hanno portato a compimento un disegno cominciato con le «promozioni preventive» degli imputati e il rifiuto della commissione parlamentare d’inchiesta. Tutto spinge nella direzione di una democrazia di tipo autoritario, che non garantisce i diritti politici di base e che ammette l’esercizio arbitrario del potere istituzionale. La sentenza Diaz ha dunque chiuso un cerchio, che rischia di diventare un cappio. A questo punto tutte le carte sono in tavola: se qualcuno pensa che il «caso G8» sia chiuso e che a processi ormai finiti si possa andare oltre senza chiamare a raccolta tutte le energie sane del paese, sappia che sta mettendo a repentaglio quel che resta della legalità costituzionale. La sentenza Diaz è una lezione tremenda che mette alla prova il paese, le sue forze democratiche. A questo punto non sono ammesse defezioni.
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