Non è un fatto usuale che il procuratore generale della Corte di Cassazione critichi i metodi di indagine della polizia, com’è avvenuto ieri nel processo a carico di 16 persone, accusate di devastazione, saccheggio e altri reati «consumati» a marzo del 2006. Una manifestazione antifascista autorizzata, in corso Buenos Aires, a Milano, per impedire un raduno di Fiamma tricolore, finì con scontri tra alcune centinaia di persone le forze dell’ordine. La critica del pg Alfredo Montagna tocca un punto nevralgico delle indagini: «La polizia ha una cultura deviata delle indagini, perché pensa che identificare una persona che partecipa a una manifestazione consenta, poi, di attribuirle tutti i reati commessi nell’ambito della stessa manifestazione». E’ quanto è stato fatto, per esempio, durante il processo contro la Rete del sud ribelle, a Cosenza. La Cassazione ha confermato le condanne contro i sedici imputati e tuttavia, le parole del pg aprono, finalmente, un varco importante nell’approccio giudiziario alle proteste di piazza. Anche perché evidenziano una contraddizione tra il processo milanese e quelli in corso a Genova. La difesa dei poliziotti imputati del blitz alla Diaz, così come quella di alcuni agenti imputati per le torture di Bolzaneto, ha sostenuto che non è possibile attribuire una condotta generica, ma che si debbano individuare i «reati» precisi, identificando i responsabili. Giusto. Ma la teoria si trasforma, nella pratica, in un’applicazione ineguale del diritto: perché un manifestante «travisato» è già colpevole, mentre gli agenti non sono identificabili senza numero di matricola sulla tenuta antisommossa. Istituzionalmente anonimi, diventano impunibili.
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