Genova, un'occasione per rifondare la sinistra anticapitalista

Con l’insediamento del governo Berlusconi, il problema dell’opposizione sociale e politica alle destre è ormai posto concretamente. Il centrodestra, al di là delle banalizzazioni sulla presunta incapacità del suo leader a governare, sulla presunta accozzaglia di ministri e sottosegretari, si presenta invece come una coalizione forte, sintesi efficace, almeno per ora, di almeno quattro ingredienti: l’aggressività liberista del grande capitale italiano, chiamato a una battaglia per la sopravvivenza nel mare ignoto della competitività internazionale; il populismo, l’autoritarismo e l’impianto xenofobo delle due destre sociali rappresentate da An e Lega; il clericalismo neodemocristiano; il clientelismo, burocratico-affaristico, di Forza Italia e dei suoi colonnelli. Un cocktail pericoloso, dunque, da non sottovalutare, nemmeno con il sarcasmo che finora sembra essere l’unica arma in mano al centrosinistra.

A questo schieramento, ai suoi assi portanti, non si può che rispondere con un progetto politico-sociale adeguato, con la ricostruzione di un blocco sociale alternativo a quello che, sapientemente, Berlusconi è riuscito a comporre, con una piattaforma di lotta generale che individui nell’antiliberismo la sua impostazione generale, nella riattivizzazione sociale che rimotivi alla partecipazione democratica ampie masse popolari, ampi strati di lavoratori, il suo strumento principale. In questa direzione la capacità di disegnare un rapporto, una connessione tra il movimento operaio tradizionale e le nuove soggettività emerse nel cosiddetto movimento di Seattle, assume un ruolo centrale.

Una fase nuova

Da Seattle in poi, l’intero pianeta è stato attraversato da un’ampiezza di mobilitazioni raramente viste prima. Tanti appuntamenti in un così breve arco temporale, capaci di influenzare il quadro politico internazionale, non si vedevano, forse, dall’epoca delle lotte contro la guerra in Vietnam. Ci troviamo di fronte a una nuova radicalizzazione politica, soprattutto giovanile, che seppure investe ancora un nucleo consistente di avanguardie sociali, nondimeno è suscettibile di estendersi su più larga scala. Una situazione nuova, dunque, comunque frutto di un percorso lungo, profondo, durato per lo meno dieci anni.

Il movimento che esplode a Seattle, infatti, risente ampiamente della situazione che si è creata su scala mondiale in seguito all’emergere delle lotte e dei movimenti antiliberisti che hanno preso la parola durante gli anni Novanta. Il più universale di questi è forse la sollevazione zapatista del 1 gennaio 1994 che, a partire da rivendicazioni identitarie e particolari–i diritti dei popoli indigeni–inizia a parlare un linguaggio “globale” mettendo sul banco degli imputati il neoliberismo mondiale. Non a caso la rivolta dell’Ezln coincide con l’entrata in vigore dell’Alena, la zona di libero scambio tra Usa, Messico e Canada che segna una tappa importante nella crescita dell’integrazione economica tra paesi diversi.
Marcos parla una lingua ascoltata e compresa in tutto il mondo, dimostrando che un clima nuovo e una nuova sensibilità politica si stanno affermando. Il successo del primo Incontro intergalattico, nell’estate del 1996, lo dimostra e dimostra che i legami tra politiche globali e questioni locali non solo sono molto stretti, ma anche molto sentiti e diventano velocemente un terreno privilegiato di iniziativa politica. Di lì a poco, in Europa, i “frutti” del grande movimento francese del 1995–quello che respinse il piano Juppé aprendo la strada alla vittoria di Jospin–si riverseranno ad Amsterdam, a giugno del 1997, quando si realizzerà la prima euromanifestazione per l’Europa sociale, organizzata dalla Rete delle marce europee.

L’anno successivo, a Birmingham, Jubilee 2000–campagna per l’annullamento del debito ai paesi del terzo mondo, nata in Inghilterra tra il 1996 e il ‘97 e composta da sindacati, Ong, movimenti delle donne e dei rifugiati–riesce a portare oltre 70mila persone all’annuale riunione del G7. Tra il ‘98 e il ’99 assistiamo in Francia alla nascita di Attac, associazione contro la speculazione finanziaria internazionale che in pochissimo tempo diventerà uno strumento privilegiato per partecipare e organizzare il movimento globale (con la nascita di “sezioni” in decine di paesi, tra cui l’Italia), mentre l’arresto di Josè Bovè, accusato di aver distrutto un Mcdonald’s per protestare contro la “malbouffe” globale, mette in luce l’esistenza di un movimento di contadini che con Via Campesina (nata nel 1993, ma ormai capace di organizzare su scala mondiale circa 60 milioni di contadini) avrà un ruolo decisivo in molte delle lotte del sud del mondo.

Il dopo Seattle

Questa grande potenzialità, espressasi su più livelli, diversificata sul piano regionale, finora senza grandi capacità di comunicazione e di legami diretti, trova in Seattle un elemento simbolico di indentificazione fondamentale. D’ora in avanti c’è un cemento comune–le parole d’ordine e le forme di mobilitazione–c’è la definizione dei soggetti in campo–un movimento plurale che racchiude giovani, sindacati, ecologisti, donne, volontari, associazionismo diffuso–c’è una forma di organizzazione del movimento–la Rete, anche su scala internazionale–da tutti condivisa e considerata efficace.
Non è un caso quindi che il movimento “emigri” e si diffonda nel resto del mondo. Le tappe sono emblematiche: dopo Seattle (novembre ‘99) e Washington (aprile 2000), troviamo Millau (30 giugno 2000, solidarietà a Josè Bové), Melbourne (11 settembre, contro il Forum economico mondiale), Praga (26 settembre, ancora contro il Fmi), Seoul (10 ottobre, contro il vertice Europa/Asia), Nizza (6/7 dicembre, contro il vertice dell’Unione euoropea), Quebec (aprile 2001, contro l’avvio dell’Area di libero scambio delle Americhe). Questo per quanto riguarda solo gli appuntamenti “istituzionali”, riferiti cioè a vertici di istituzioni, organismi, convenzioni internazionali esistenti o in via di formazione. Nello stesso periodo decine e decine di altri appuntamenti, manifestazioni, lotte prendono corpo in ogni parte del mondo. Citiamo a memoria: la Marcia mondiale delle donne contro la violenza e la povertà, gli scioperi e le “marce” in America latina, le varie manifestazioni in occasione del 1 maggio (particolarmente combattive quelle realizzata in Gran Bretagna con il protagonismo di movimenti quali Reclaim the Street o Globalize Resistance), la marcia zapatista dello scorso marzo, le lotte contro i licenziamenti in Francia, le manifestazioni in Giappone contro le basi americane, e altre ancora.

Genova, il prossimo luglio in occasione del vertice G8, quello in cui i “grandi” della terra decidono per tutto il pianeta, rappresenta solo l’ultima tappa di un movimento più generale e più ampio.
Certamente è ancora presto per dire che siamo alla vigilia di un nuovo ‘68, e comunque certi paragoni non sono mai efficaci, ma l’ampiezza delle mobilitazioni, la forte presenza giovanile, l’incessante espansione della critica al liberismo sia a livello planetario che più in profondità in vari settori della società, fanno pensare a un possibile ciclo di lotte non episodico. Soprattutto, fanno pensare che il ciclo negativo, apertosi con la caduta del muro di Berlino dell’89–contrassegnato dal crollo definitivo dello stalinismo come forma statuale organizzata, con la conseguente sconfitta e disillusione nel campo della sinistra, ma anche con l’altrettanto conseguente vittoria totale del capitalismo nella sua forma più aggressiva–comincia ad arenarsi. Certo, l’aspetto difensivo delle lotte attuali, l’aggressività delle politiche liberiste e la debolezza della sinistra anticapitalistica, non permettono di considerarlo concluso.

Ma allo stesso tempo il suo stato di salute non è più quello che permetteva a storici come Francis Fukuyama, solo dieci anni fa, di definire il capitalismo, il migliore dei mondi possibili. Le crisi finanziarie del 1997 e del 1998, la stagnazione attuale di Usa e Giappone, le contraddizioni in cui versa l’Europa, la stessa contraddittorietà che segna la vittoria di Berlusconi–maggioranza parlamentare, ma non nel paese–dimostrano che il quadro è fortemente instabile e incerto. Di fronte a questo “equilibrio tratteggiato” si afferma, finalmente, una nuova generazione in lotta che non ha più sulle proprie spalle le sconfitte del passato, le vecchie incrostazioni ideologiche, non risente della presenza di un “campo” organizzato, né delle sue filiali nazionali. Assistiamo a un “ritorno alla politica” che agisce in seguito a una verticale crisi della sinistra, o meglio delle sinistre storiche–in particolare quella socialdemocratica e quella stalinista–entrambe fallimentari, entrambe inadatte a interpretare l’esistente a dargli rappresentanza, organizzazione, speranza. Anche per questo la nuova contestazione ha bisogno, e infatti si dota, di sedi, di luoghi della politica non immediatamente percepibili come vecchi o stantii.

Ha bisogno di contare, di pesare, di far valere, senza eccessive deleghe, la propria presenza e la propria partecipazione, ormai acquisita come valore non scambiabile, non espropriabile. Ha bisogno di sentirsi parte agente di “un nuovo mondo possibile” tuttavia ancora in fase di gestazione e di elaborazione. Sedi e luoghi, tra l’altro, la cui costruzione non è più “alterata” (né impedita o ostruita) da apparati politici, così come avveniva in anni passati. Un po’ perché questi non ci sono più; un po’ perché quelli esistenti non sono interessati a questa dinamica–nel caso delle sinistre liberali, a volte sono ostili–oppure semplicemente non hanno intenzione di ostacolarla (anzi, alcuni la favoriscono come dimostra il Pt di Porto Alegre e del Rio Grande do Sul o, su scala minore, Rifondazione comunista).
Un movimento globale, dunque, attraversato, come è ovvio che sia, da profonde contraddizioni, le quali però non impediscono, o perlomeno non ancora, uno sviluppo lineare, una propulsione espansiva sia su scala internazionale e un progressivo allargamento a settori diversificati.

Un movimento che a una prima descrizione sommaria–e quindi dichiaratamente parziale e incompleta–presenta alcune caratteristiche generali: il tentativo di cimentarsi con la globalità delle attuali contraddizioni, riscoprendo una vena internazionalista che sembrava smarrita; un rapporto contraddittorio, ma reale, con il vecchio movimento operaio e il tentativo di costruire legami meno sporadici ed occasionali; una generalizzata diffidenza verso le forme politiche organizzate, unita però a una voglia di alternativa di insieme.

Una visione globale

Questa caratteristica non era scontata. Il movimento, così come si presenta oggi, ha una spiccata capacità a denunciare i guasti del liberismo su scala internazionale, una buona attitudine alla critica anticapitalistica–anzi questa è la sua immagine predominante all’esterno–nonostante in molte sue componenti sia nato su singole istanze e su problemi specifici. Spesso si tratta di un anticapitalismo “grezzo”, costruito sul campo dell’esperienza. In buona parte è anche il frutto della presenza nel movimento di un “pacchetto” significativo di intellettuali militanti. I vari Riccardo Petrella, Susan George, Walden Bello, Naomi Klein (il cui libro No Logo sarà presentato questa settimana in Italia), Pierre Bourdieu, Eduardo Galeano, Bernard Cassen, Michel Lowy, Samir Amin, Charles Audry, solo per citare i più noti, sono, e vengono percepiti, come parte del movimento, partecipano attivamente alle sue scadenze di massa e svolgono un ruolo indispensabile di “cantori” e di formazione della coscienza.

Questa capacità di mantenere una visione complessiva è dimostrata dall’importanza che viene assegnata ai forum di discussione (Porto Alegre docet), veri e propri momenti di lettura generale del processo in corso, ma anche strumenti per elaborare strategie alternative. Le conferenze aiutano a superare uno dei possibili problemi del movimento, quello prodotto dalle specializzazioni del proprio ambito di intervento. Nei Forum, invece, migliaia di persone riescono ad avere immediatamente il polso globale della situazione, una visione globale dello stato delle lotte, dei problemi incontrati, delle strade da seguire. Un elemento di forte politicizzazione, quindi, e di grande maturazione collettiva. Ma anche lo stimolo a individuare risposte alternative globali: la democrazia partecipativa, contributo fondamentale dato dal Pt di Porto Alegre al “popolo di Seattle”, non sarebbe divenuta il simbolo che è, senza il Forum mondiale.

Ma le conferenze sono utili anche al ritorno, dopo decenni, di un nuovo internazionalismo, non più contrassegnato dalla solidarietà a un popolo in lotta o a una rivoluzione in atto. Non c’è oggi un Vietnam a cui esprimere appoggio e per cui lottare. L’elemento unificante, invece, quello che permette anche di fare importanti salti di qualità sul piano organizzativo con la creazione di vere e proprie strutture internazionali–Attac, Via Campesina, la Marcia delle donne, ecc.–è un antiliberismo radicale, frutto dell’attuale processo di internazionalizzazione del capitale. Un internazionalismo, dunque, ancora parziale, che non comprende, e spesso rifugge, il tradizionale concetto di antimperialismo, ma che consente nondimeno di costruire un ambito più favorevole alla maturazione di una prospettiva di trasformazione.

Il ruolo del sindacato

Il ruolo dei lavoratori e del movimento sindacale ha accompagnato le mobilitazioni sin dalla nascita, simbolica, del movimento, a Seattle. Il ruolo dell’Afl-Cio, un sindacato con 13 milioni di iscritti e con alcune categorie–vedi i Teamsters, i camionisti–capaci di bloccare il paese, è stato di grande rilevanza. Frutto della svolta interna segnata dall’elezione di Sweeney alla presidenza, nel 1995 e della conseguente capacità dell’Afl-Cio–che pure conserva il suo moderatismo, a volte marcando aspetti di vero e proprio protezionismo nazionalista–di cogliere l’importanza delle nuove forme in cui si manifesta il mondo del lavoro (esemplare la scelta di dare vita a Jobs with Justice, organizzazione di lavoratori precari, disoccupati, studenti), la sua pluralità e frammentazione, così come la sua radicalità. Questa maturità riguarda principalmente i sindacati d’oltreoceano: la Centrale Unica dei lavoratori (Cut) brasiliana è stata tra le artefici di Porto Alegre, mentre la stessa Orit (l’organizzazione regionale interamericana del lavoro, branca della Cisl internazionale) ha deciso di firmare “L’appello alle mobilitazioni” che ha chiuso il Forum Social Mundial

Sul piano europeo la situazione è molto diversa. Certamente, ci sono stati in passato, contatti tra le diverse espressioni del movimento sociale–si pensi alla manifestazione di Amsterdam del giugno ‘97 che ha indotto la Confederazione europea dei sindacati (Ces) a organizzare per il novembre successivo una propria mobilitazione nel Lussemburgo–ma non paragonabili a quelli americani. Ancora nel settembre del 2000 a Praga, la mobilitazione contro Fmi e Banca mondiale, ha visto una forte partecipazione dal nord Europa, dall’ Italia, dalla Spagna e dalla Grecia, ma una partecipazione fondamentalmente giovanile con l’assenza quasi totale di forze sindacali.

Il punto di svolta è stato Nizza, nel dicembre 2000, in occasione del vertice europeo. Questa volta, su iniziativa della componente più radicale, in particolare di quella francese–Sud, Attac, Rete contro le marce, Lcr, ma anche Cobas italiani, sindacalismo alternativo europeo in generale–si è realizzzata una manifestazione unitaria con la Ces, nonostante quest’ultima avesse parole d’ordine (il sostegno alla Carta dei diritti europei) contrarie a quelle del resto dei manifestanti (ma contrarie pure al sentimento prevalente nel proprio corteo, come hanno rilevato diversi organi di stampa e diversi dirigenti sindacali). Pur tra diverse contraddizioni, Nizza dimostra che il rapporto tra il tradizionale movimento operaio e un movimento di tipo nuovo, composto prevalentemente da giovani, formatosi nella contestazione della globalizzazione liberista, è possibile. L’adesione della Fiom-Cgil alla manifestazione di Genova, a luglio contro il G8, è, da questo punto di vista, di estremo valore.

Il rischio dell’antipolitica

La diffidenza verso i partiti politici è un’altra delle caratteristiche, seppur non sbandierate, dell’attuale movimento. E’ una diffidenza a volte sana, basti pensare al ruolo di certi partiti nel mondo anglosassone, a volte comprensibile, si pensi ai guasti dei partiti socialdemocratici o ai disastri generati dallo stalinismo, a volte però ingiustificata e comunque capace di indurre a un’involuzione più generale. La diffidenza è ovviamente frutto di rapporti consolidati nel tempo e, più precisamente, di un clima politico in gran parte alimentato dalla sconfitta storica simboleggiata dal crollo del muro di Berlino. Da lì in avanti, i richiami alla tradizione, all’identità storica, alle proprie origini hanno smesso di esercitare fascino, attrazione e interesse, per lasciare il posto, appunto, alla diffidenza o comunque a una chiara distanza. A Porto Alegre, la presenza dei partiti è stata resa possibile solo dalla convocazione del Forum mondiale dei parlamentari, scelta precisa dei dirigenti del Pt del Rio Grande do Sul, consapevoli di questo problema (mentre quella del Prc tra le delegazioni è stata frutto solo della specificità di questo partito che ha sempre saputo esprimere una capacità di dialogo e di iniziativa evidentemente riconosciute).

Ovviamente questa situazione non impedisce al movimento di esprimersi politicamente con orientamenti precisi e a volte divergenti. Su scala internazionale, ad esempio, si possono individuare tre grandi profili politici: uno nettamente radicale che ha una visione della globalizzazione in chiave anticapitalistica, uno che privilegia il dialogo con gli istituti sovranazionali puntando a una loro riforma, uno più protezionista che vede nelle prerogative statuali l’argine allo strapotere delle multinazionali. Sono orientamenti accennati, non ancora motivo di divisione e che spesso si rifanno proprio a posizioni di partiti e movimenti politici precisi. Ma la cui esistenza, comunque, non permette di superare la frattura tra due mondi, la realtà di movimento e la realtà politica, diversi. Ovviamente questa condizione non è né omogenea, né definitiva. La partecipazione spontanea registratasi durante la campagna per Ralph Nader negli Stati Uniti, ad esempio, da parte dei giovani è stata eccezionale.

Rimane però un umore più di fondo che fa sì che il movimento sia molto geloso delle sue prerogative sia sul piano organizzativo che su quello analitico. Il che è un bene. A condizione che il rapporto con i partiti non sia elemento di divisione e di contrasto. Ovviamente questa eventualità dipende in larga misura da come si comporteranno i partiti stessi. Pensare di risolvere il problema utilizzando vecchi schemi, ereditati dal Novecento, probabilmente non aiuterà a fare passi in avanti. Per affrontare questa diffidenza e questa distanza i partiti dovranno, in misura maggiore del passato, far parte del movimento in quanto tali, costruire legami alla pari con gli altri soggetti, dimostrando sia la propria utilità sociale che la loro valenza più generale. Insomma dovranno conquistarsi sul campo una legittimità che altrimenti nessuno è disposto a riconoscere in anticipo, ma allo stesso tempo dovranno dimostrare sul piano delle idee e del programma politico di saper indicare soluzioni valide e risolutive. Ovviamente parliamo qui dei partiti della sinistra anticapitalistica, la cui forza quantitativa e qualitativa non è certamente florida, ma che deve cogliere questa occasione per un suo rilancio sul medio periodo. Ne ha bisogno il movimento, che appunto necessita di risposte radicali e “visionarie” per guadagnare significativi salti in avanti, ma ne ha bisogno anche questa sinistra per uscire dalla crisi che la riguarda ormai da decenni e per costruire una prospettiva nuova.

L’occasione di Genova

A Genova arriverà tutto questo e certamente si aggiungerà dell’altro. Innanzitutto la situazione italiana.
Il movimento antiglobalizzazione è arrivato nel nostro paese con un po’ di ritardo. A eccezione dei “pionieri”, quelli che hanno intuito da subito il clima nuovo che montava in Europa–si pensi al ruolo del Sin.Cobas nella Rete della marce europee–di organizzazioni giovanili, come i Giovani comunisti o i Centri sociali, che hanno creato connessioni internazionali e iniziative locali, delle ong legate da sempre alle esperienze delle reti globali (da Mani Tese alla più articolata campagna Sdebitarsi), molti dei soggetti oggi impegnati nella costruzione del controvertice di Genova (ad esempio Lilliput o la Marcia mondiale delle donne) risentono dello spirito di Seattle. Questa tempistica, del tutto naturale nel ritmo internazionale delle mobilitazioni, non ha comunque impedito al “movimento” italiano di radicarsi e diffondersi.
La manifestazione dello scorso 17 marzo a Napoli, ha segnato una tappa importante di questo processo, dimostrando che il terreno delle lotte antiglobalizzazione può aggregare soggetti sociali in carne e ossa, capaci di percepire il legame strettissimo tra la propria condizione materiale e una visione generale del mondo. Dopo le prime esperienze internazionali–Amsterdam e Colonia, ma poi Praga e Nizza (Ventimiglia)–dopo i primi tentativi di mobilitazione fatti in Italia–MobiliTebio a Genova, NoOcse a Bologna, sull’ambiente a Trieste–con Napoli si segna una svolta nell’ampiezza e nella partecipazione di massa che non manca di farsi sentire nella preparazione di Genova. Sono diverse centinaia, infatti, le organizzazioni sociali, politiche e sindacali, che si rifanno al Genoa Social Forum.

Lì, si manifesta, quasi con nome e cognome, la mappa di quell’area antiliberista, indispensabile a costruire un progetto di opposizione allo stesso governo Berlusconi. Anche qui, ovviamente, non mancano le distinzioni, le differenze, addirittura le stesse battaglie per contendersi l’egemonia (si pensi alla “dichiarazione di guerra” delle Tute bianche, vera e propria mossa propagandistica per conquistare visibilità e fascino su ampi settori giovanili). Anche qui, inoltre, possiamo ritrovare una mappatura analoga a quella internazionale: un settore più “moderato”–da Lilliput all’Arci–un altro più radicale ma non omogeneo–Ya Basta è diversa dai Cobas e dal Network per i diritti globali creato da questi insieme ad alcuni centri sociali, tra cui Officina di Napoli. Il Prc, in particolare tramite i Giovani comunisti, ha avuto un ruolo innegabile di primo piano in questa nuova fase. Dalla partecipazione al Forum di Porto Alegre alla costruzione materiale delle iniziative sul campo, Rifondazione ha saputo collegarsi a una realtà viva, sostenendola convintamente, ma anche interloquendo intelligentemente con essa, senza prevaricazioni o egemonismi vecchia maniera.
Anche a partire da questa considerazione si possono delineare alcuni “compiti di lavoro” sia in relazione alla scadenza di luglio, ma anche per il dopo-Genova

1) Il primo è lavorare all’estensione del movimento, alla sua costruzione e al suo consolidamento. Il movimento ha dimostrato già di esistere, ha mostrato gran parte delle sue potenzialità, ha enunciato i suoi obiettivi. Ora deve crescere, ramificarsi, estendersi appunto a settori più ampi della popolazione, al mondo del lavoro, a vasti strati giovanili, ecc. Per farlo ha bisogno di alcune condizioni essenziali. La garanzia della pluralità dei suoi componenti, della legittimità di posizioni diverse, ma anche di un’attitudine unitaria. A partire dalla costituzione di sedi adeguate, di discussione e di mobilitazione. L’esperienza del Genoa social forum, vale a dire di Forum sociali modello Porto Alegre, ma dislocati su scala nazionale e locale, va proseguita e rafforzata. Per fare un salto qualitativo occorre che le sedi di movimento superino la struttura di coordinamento per passare a una forma più coinvolgente, capace di stimolare la partecipazione.

2) Per fare questo, però, è fondamentale la formulazione di una chiara agenda politica, di una piattaforma di lotta, di una dichiarazione di intenti. Se di fase nuova si tratta, uno dei suoi elementi costitutivi è che la Resistenza non basta più. Le nuove generazioni chiedono soluzioni, idee, progetti di lavoro realizzabili, verificabili, confrontabili. La stessa “ritualizzazione” dei controvertici rischia di ossificare un movimento che ha ben altre potenzialità e ben altri spazi di azione. Si tratta di colmarli, costruendo rivendicazioni complessive che colgano la materialità dei processi in atto, il cuore delle contraddizioni generate dal neoliberismo–il conflitto capitale/lavoro, lo sfruttamento incondizionato della Terra, la mercificazione e l’oppressione delle donne, la precarizzazione di un’intera generazione, la guerra e la fame, e così via–collegandole però ad alcuni schemi interpretativi basilari.

3) La necessaria connessione tra il globale e il locale, tra determinate questioni quotidiane (la disoccupazione, il salario, la pensione, la scuola, l’informazione, la cultura, ecc.) e le politiche globali decise nei vertici internazionali e negli intrecci tra i diversi stati, diventa un passaggio obbligato. L’esempio della Danone è significativo: lì, è stato immediatamente chiaro il rapporto preciso che esiste tra il funzionamento di fondo di una multinazionale e le ricadute delle sue decisioni su scala cittadina.

4) Altrettanto decisiva è la costruzione di un rapporto stabile tra il movimento operaio e i nuovi soggetti in movimento. Questa capacità di incontro sarà il punto di forza decisivo. Ancora una volta va citato il caso Danone: il licenziamento in presenza di profitti aziendali è stato immediatamente percepito come la massima ingiustizia. I lavoratori sono ricorsi a un’arma tradizionale, e ancora efficace, lo sciopero. Ma migliaia di cittadini hanno potuto utilizzare l’arma del boicottaggio per solidarizzare e partecipare a una lotta che molti hanno sentito propria.

5) Dare un’impronta anticapitalistica e radicale al movimento. Il movimento antiglobalizzazione è un movimento “plurale” che trova nell’antiliberismo la sua radice comune ed è un bene che continui a essere così; inoltre è un movimento ancora in una fase ascendente, di formazione e di affermazione. Nondimeno, al suo interno, sono già visibili anime e orientamenti diversi, con obiettivi diversi. E’ quindi utile e giusto che si affermi un orientamento classista e anticapitalista che si batte contro il profitto, contro lo sfruttamento, per il rivoluzionamento dei rapporti di produzione. Ovviamente si tratta di non praticare questa strada in modo settario, né dogmatico, né tantomeno dottrinario, ma nel vivo della costruzione concreta delle sedi di movimento, nel rispetto dei suoi tempi e delle sue forme.

6) Costruire le sedi unitarie del movimento non significa sottovalutare o non vedere anche forme più concrete con cui si manifesta la disponibilità a far parte di un movimento più generale, addirittura internazionale. Esistono, su scala mondiale, strutture nuove, a volte collegate tra loro, che esprimono questo bisogno e questa potenzialità. Attac è una di queste. La sua prossima realizzazione in Italia costituisce un esperimento importantissimo, una prova che vale la pena tentare, proprio per offrire una forma specifica a un bisogno di partecipazione politica, nuovo. Certamente la costituzione e la costruzione di Attac non può assolvere a funzioni che non le competono: nè quella sindacale–nella sua forma tradizionale o in quella tutta da sperimentare dell’organizzazione dei soggetti precari–né, tantomeno, quella partitica, che va invece rilanciata nel nuovo contesto.

7) Costruire una prospettiva politica più complessiva. Compito arduo, di lenta soluzione e soprattutto da affrontare senza saccenteria, né arroganze. Servirà molta capacità di ascolto e molta attenzione ai passaggi. C’è un grande “buco” dietro alle nostre spalle che non potrà essere colmato in breve tempo, né troppo facilmente. Eppure bisognerà lavorarci; con passione e pazienza. Tre possono essere i terreni in cui questo approccio può vivere proficuamente: la ridefinizione del concetto di spazio pubblico in opposizione alla assolutizzazione liberista del profitto, ma anche alla luce dei fallimenti del Novecento, di quello della burocrazia socialista da un lato, e di quello dello statalismo socialdemocratico dall’altro; una lettura comunista e rivoluzionaria del concetto di democrazia partecipata–a partire dall’esperienza di Porto Alegre, ma andando oltre–come strumento di democrazia diretta, di coinvolgimento dal basso, non solo nella gestione di amministrazioni locali, ma anche nella definizione di scelte complessive. Infine, l’individuazione di una leva, di uno strumento politico-istituzionale capace di funzionare da sbocco politico, di rappresentare un punto di sintesi efficace dei temi posti dal movimento, ma allo stesso tempo offrire la misura di un risultato ottenuto, di un puntello all’azione futura. Una volta era lo Stato.

Oggi lo stato, in tempi di globalizzazione galoppante, non basta più. Occorre come minimo una dimensione macroregionale. E’ il tema dell’Europa, dell’Europa sociale, ambientalista, solidale, femminista, antimilitarista, la cui costruzione è ancora di là a venire, ma che in realtà già vive nelle pieghe di questo movimento globale. Tre terreni che possono qualificare in modo assai fecondo non solo il processo di rifondazione comunista, ma un processo assai più largo che riguarda la rifondazione di una sinistra anticapitalistica.

Roma, 15 giugno 2001

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