L'unica guerra che si vince e' quella che non si fa

“Noi donne, in tutta la nostra vibrante e favolosa diversità, siamo testimoni della crescita delle aggressioni contro lo spirito, la mente, il corpo umano e la continua invasione ed assalto contro la terra e le sue diverse specie. E SIAMO INFURIATE. Noi pretendiamo dai governi, dalla organizzazioni internazionali dalla imprese multinazionali e dai singoli individui che condividono la nostra rabbia che si confrontino con le crisi che scaturiscono dalle monoculture e dalla riduzione, contenimento ed estinzione delle diversità biologiche e culturali”.

Queste le prime parole con le quali Vandana Shiva e altre studiose ecofemministe firmano l’appello lanciato da “Diverse Women for Diversity”, fondazione internazionale che si batte per contrastare gli effetti devastanti della globalizzazione sia a livello ambientale che a livello economico e culturale.
A meno di 20 giorni dal Meeting internazionale di Genova "Punto G/G Point–Genere e globalizzazione indetto dalla rete della Marcia Mondiale delle donne per il 15 e 16 giugno, Vandana Shiva annuncia che vi prenderà parte.
Questa iniziativa apre le contestazioni al summit di luglio dei G8; scadenza decisa dalla rete della Marcia non a caso ad un mese dal summit per consentire la convivenza tra riflessione, testimonianza, proposta e protesta, senza il fiato corto della rincorsa delle scadenze altrui e per focalizzare e rendere visibile il di più del posizionamento femminista.

Siamo un movimento di donne che protesta e propone alternative: il lavoro politico nel quotidiano, la costruzione di relazioni umane improntate al rispetto e alla condivisione, la volontà di non rimuovere il conflitto ma bensì di affrontarlo senza assumere gli atteggiamenti e le fattezze dell’avversario e senza scorciatoie è la caratteristica qualificante della nostra politica.
Non invitiamo donne e uomini ad inscenare una tragicomica commedia militare per alzare i toni della protesta contro il potere cieco e arrogante: “dichiarare guerra” ai G8 significa permettere che il movimento venga così facilmente demonizzato e che le sue parti vengano omologate nella definizione di violenti.

Questi atteggiamenti non rappresentano tutte e tutti, e li riteniamo politicamente improduttivi oltre che distanti anni luce da quel “mondo diverso possibile” che vogliamo costruire, mondo in cui modi di relazionarsi, pratiche politiche e modalità di presa di decisione non riproducano schemi già imperanti: bellicismo, linguaggio sessista e patriarcale, forme di rappresentanza dove i pochi si sostituiscono ai molti.
Dopo il tragico paradosso della “guerra umanitaria” ne abbiamo abbastanza di dichiarazioni di guerra.
La guerra genera guerra: giu’ i caschi, giu’ i passamontagna.

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