Don Andrea Gallo, storica figura del volontariato genovese, fondatore della Comunità di S. Benedetto al Porto, intervenendo alla serata intitolata “Facciamo la festa al G8” organizzata ad Asti sabato scorso dalla “Rete ControG8” locale, non ha tradito le attese.
Si accalora, scherza, impreca,in poche parole affabula il numeroso pubblico presente. Giunti alla svolta epocale rappresentata dalla globalizzazione neoliberista, ha affermato Don Gallo, nonostante la crisi dell’ottimismo storico, “la mia coscienza grida”. Perciò trovare un’alternativa al modello sociale preconfezionato dal capitale transnazionale diventa un dovere. Cercando un filo conduttore tra passato e situazione presente, rispolvera uno slogan sessantottino, che sembra tornare attuale. “Nel ‘68 si diceva: il potere è alto ma non sarà perché noi siamo in ginocchio? Su la testa dunque! Non c’è un tradizionale assalto al potere, ma qui è spuntata una resistenza planetaria, contro un processo strutturalmente malvagio”. Una forma di lotta maturata negli anni, che prende spunto dalla filosofia zapatista, dall’ “esempio etico indigeno”, sopravvissuto a cinque secoli di oppressione dei “padroni cristiani”. Molto distante dalle interpretazioni vaticane sulla recente modernizzazione, Don Gallo sa di remare contro corrente, ma esorta alla cooperazione consapevole, a diventare cittadini partecipi e attori globali. “Stiamo assistendo–ha spiegato- ad una globalizzazione della povertà, all’insegna del "si salvi chi può”, e a non salvarsi sono miliardi persone, che non sono nemmeno più chiamati esclusi, ma “esuberi”, esseri inutili. Siamo di fronte ad un fascismo strisciante prodotto dall’omologazione generale, ad un razzismo basato sull’economia, abbiamo davanti agli occhi una grande quantità di storpiati allo sviluppo, che attestano il naufragio di questa società". La religione neoliberista, i suoi apologeti ed i suoi sacerdoti senza volto, avrebbero eletto “un nuovo Dio, uno e trino, basato su: denaro, tecnologia e deterrenza assoluta”.
In questo quadro, neutralizzare il dissenso diventa infatti una misura essenziale per la conservazione dello status quo creato da un sistema che “ha distrutto le istanze collettive e di fratellanza, dunque anche una parte della coscienza di sé”. Guardando al prossimo appuntamento di luglio, al vertice G8 e soprattutto al contro-vertice che si sta allestendo a Genova, don Andrea Gallo coglie il pericolo di una frattura all’interno del movimento del cosiddetto “popolo di Seattle”, alimentata soprattutto dall’establishment, che vorrebbe distinguere i contestatori in “buoni e cattivi”, usando la discriminante dell’espressione violenta per minare la compattezza della protesta, e lancia un appello all’unità nel rispetto della differenza. “Non va criminalizzato nessuno all’interno del movimento; deve esserci rispetto per tutti–ha ribadito più volte–ognuno deve poter dire il proprio "no”, forte e chiaro, a suo modo, senza perdere la bussola, responsabile delle proprie azioni. Ma stiamo attenti a vedere da dove arriva la prima violenza…" E le vittime dei “globalizzatori” probabilmente potrebbero già offrire l’indizio di una provenienza.






