Premessa
L’Osservatorio di comunicazione sugli eventi politici e culturali (Ocp), coordinato da Stefano Cristante, si è costituito presso la cattedra di Alberto Abruzzese, sociologia delle comunicazioni di massa, con l’intento di analizzare e studiare alcuni eventi politici e culturali ritenuti particolarmente interessanti per il livello di interazione, reciprocità e influenza con l’universo mediatico. A maggio di questo anno è stato pubblicato in cd rom il primo risultato del lavoro del gruppo, ossia lo studio realizzato sulla recente campagna per le elezioni politiche in Italia, editato da Luca Sossella Editore: “Descrizione di una battaglia mediale”.
Attualmente l’Osservatorio è impegnato nel lavoro di ricerca sull’evento G8, la sua rappresentazione mediatica e, in particolare, le strategie comunicative adottate dal cosiddetto popolo di Seattle (o popolo di Porto Alegre).
Guerriglia comunicativa
Siamo partiti verso Genova come gruppo di ricerca interessato ad osservare e comprendere da vicino le giornate del G8, la variegata e composita popolazione degli “anti G8", le proposte e i contenuti della protesta, le modalità comunicative da essi adottate. Siamo tornati cambiati, attraversati dalla rabbia di fronte per quanto successo. Piuttosto che osservazione partecipante, la nostra attività si è trasformata in presenza militante, politica. Non nel senso ideologico del termine, ormai bypassato dalla storia dell’ultimo secolo, ma dalla consapevolezza che davanti a uno scenario come quello genovese, conservare distacco e neutralità, oltre che impossibile tecnicamente sarebbe anche vergognosamente riprovevole. Il livello di repressione delle forze dell’ordine si è espresso nei termini di vera e propria oppressione; è stato negato anche il diritto a manifestare – visto che la polizia ha attaccato duramente il corteo anche nella zona gialla – ed è stato fatto nel peggiore dei modi: con la violenza dei manganelli, con il terrore e la forza bruta dei poliziotti.
A Genova si è esibito uno dei principali nodi del potere, fondamentale per le democrazie occidentali, accanto a quello economico e politico: il potere delle armi, degli apparati repressivi. Le forze dell’ordine si sono pericolosamente staccate da qualsiasi forma di controllo politico, grazie al fatto di non dover più mantenere e gestire un rapporto di equilibrio con la sinistra governativa. La vittoria di Berlusconi, infatti, ha avuto tra le conseguenze anche quella di aver fatto saltare i margini di mediazione che la sinistra manteneva nella politica di gestione dell’ordine pubblico.
Questa situazione ci ha costretto a prendere posizione e a schierarci come giovani e anche come sociologi: è stato superato il frame della legalità da parte delle forze dell’ordine; siamo stati oggetto delle cariche della polizie e sotto i nostri occhi sono caduti a terra giovani manifestanti colpiti da lacrimogeni lanciati ad altezza d’uomo, altri colpiti dagli idranti, teste spaccate, ragazze manganellate a sangue quando erano già a terra. A questo punto, non si tratta di giudicare un governo dal punto di vista del credito politico, ma come sociologi ci possiamo anche permettere di esprimere giudizi di efficacia rispetto a quanto successo. Siamo partiti con l’intenzione di compiere una ricerca e fare una radiografia dell’evento e delle forze in campo; questo non ci è stato possibile, perché il cosiddetto popolo di Seattle è stato trasformato in un popolo di massacrati e i poliziotti si sono comportati in un modo assolutamente non qualificabile da nessun punto di vista, né sociologico né, tanto meno, umano. Gli esiti stessi della ricerca sono stati, per questo, messi in discussione.
Fatta questa premessa, va subito evidenziato che la spiegazione o scusa alla quale la polizia e i carabinieri si sono appellati per motivare i loro comportamenti, è un’assoluta falsità. Non è vero che i Black Bloc hanno costretto gli apparati repressivi ad attaccare tutto il corteo, a far pestare pacifisti e a caricare i non violenti. Come del resto non è vero che esista un’organizzazione di migliaia di persone che ha pianificato scontri e distruzioni in maniera scientifica, appartenenti a questa sigla. La realtà delle cose è molto più complessa e sfaccettata di come i media hanno voluto rappresentarla. L’atteggiamento che ha caratterizzato la maggior parte dei quotidiani e dei notiziari televisivi, è stato esageratamente semplificatore e senz’altro superficiale. Creare delle schematizzazioni di massima come buoni/cattivi, violenti/non violenti, in un contesto estremamente frastagliato ed eterogeneo come era quello genovese, risulta inadeguato a rendere conto della situazione.
Le migliaia di persone che hanno occupato Genova nelle giornate del G8 sono state spinte dal desiderio di fare parte di un movimento collettivo, a carattere internazionale come non si vedeva in nessun paese da decenni. Un movimento che ha saputo socializzare una sensibilità verso le ingiustizie e le disparità sociali, verso le politiche liberiste e lo sfruttamento dei paesi del sud del mondo, attraverso la critica a un sistema che basa le proprie politiche economiche, sociali ed ambientali sulle decisioni di una ristretta oligarchia di persone (monopolisti, politici e finanzieri) interessata unicamente al mantenimento e accrescimento delle proprie quote di potere. Sicuramente non si tratta di un movimento omogeneo, visto che al proprio interno si affiancano esperienze e posizioni estremamente differenti (disobbedienti civili, pacifisti non violenti, cattolici, antagonisti, antimperialisti…). Quello che però si è potuto osservare è stata l’adesione spontanea di migliaia di persone non appartenenti ad alcuna delle organizzazioni promotrici, ossia quelle aderenti al Genoa Social Forum, che hanno fatto propria l’esigenza di manifestare contro l’incedere preoccupante del “pensiero unico”.
All’interno di questa moltitudine differenziata si è contata anche la presenza di una serie di persone estranee agli obiettivi della manifestazione e interessate alla forma dello scontro fine a se stesso; si è trattato però di un numero estremamente ridotto rispetto ai manifestanti e che non può costituire la giustificazione a quanto fatto da polizia e carabinieri. Altro aspetto che nessuno, o quasi, ha messo in evidenza è che il comportamento delle forze dell’ordine ha spinto centinaia di giovani, da sempre pacifici convinti e non violenti, a reagire e rispondere di fronte a tanta violenza. Si è innescato, in quelle giornate, un processo di radicalizzazione della propria partecipazione alla protesta, assolutamente spontaneo e naturale, frutto del fatto di essere divenuti testimoni dell’uso illegittimo del potere da parte della repressione. In molti casi sono stati giovani assolutamente estranei ai Black Bloc ad aver costruito barricate o bruciato macchine per ripararsi dalle cariche dei poliziotti, ad aver risposto con il lancio di pietre e sassi ai violenti attacchi di lacrimogeni e quant’altro nei confronti del corteo pacifico. Allo stesso modo è stato un giovane come tanti altri ad aver usato un estintore per colpire una camionetta dei carabinieri; anche in questo caso la risposta è stata assolutamente sproporzionata all’offesa e un’arma da fuoco ha compromesso per sempre la sua vita.
Su tutti questi elementi va necessariamente svolto un lavoro di studio attento a non cadere nelle trappole semplicistiche dei media e finalizzato, invece, a mettere a punto degli strumenti interpretativi più adeguati al livello di complessità del reale.






