Lettera aperta ad Adriano Sofri da una tuta bianca

Caro Adriano,
mi era venuto l’istinto di scriverti già dopo aver letto i tuoi ultimi articoli. Dopo l’articolo-lettera a Luca Casarini su la Repubblica del 19 agosto non posso proprio esimermi. Vorrei parlare un po’ delle “raccomandazioni” che ci fai dalle pagine del giornale di Ezio Mauro riguardanti la violenza, la comunicazione e il nostro modo di stare in piazza. Ma prima vorrei affrontare quello che tu lasci all’ultimo punto e liquidi in poche righe. Io credo che tu sia abbastanza pratico della retorica per capire che quell’ultimo punto riveste per te, invece, una certa importanza e dà la chiave di lettura a tutto. Io credo che, al contrario, sia meglio sgombrare il campo subito da ciò che riguarda la tua posizione personale, così che dopo possiamo venire al nocciolo della questione.

Tu ci scrivi dall’interno di un carcere dove ti trovi detenuto per una accusa, passata in giudicato, di essere il mandante dell’assassinio del commissario di polizia Luigi Calabresi. Ora, i casi sono due: uno,tu sei colpevole (io sono sicuro di no) e allora ci parleresti della non-violenza da persona che, pur essendosi macchiata del reato di omicidio, si è ricreduta e pentita: ma allora avresti dovuto confessare il tuo delitto, altrimenti i tuoi consigli, che noi comunque apprezziamo, verrebbero dalla persona meno indicata; due, tu sei innocente (io ne sono sicuro) e quindi la confessione di Marino sarebbe falsa, magari orchestrata dai Carabinieri. Allora, se non l’avete ammazzato voi, Calabresi qualcun altro lo dovrà pur aver fatto. Magari lo hanno ammazzato per qualcosa che sapeva, chi sa, sulla morte di Pinelli o sulla strage di piazza Fontana. Comunque resta il fatto che, in questo secondo caso, staresti in galera per una macchinazione, solamente come rappresentante ideale di un movimento, quello di Lotta continua.

Quando ti hanno arrestato, essendo convinto della tua innocenza, anch’io ero a Pisa a manifestare in tua solidarietà. Come sai, c’era anche Luca Casarini, che io all’epoca neanche sapevo chi fosse, eravamo lì perché pensavamo e pensiamo che non sia giusto che tu stia in carcere solo per le tue idee, probabilmente anche per quelle in cui attualmente neanche credi più.

Ora sono passati tanti anni, c’è un altro grande movimento che anche esso, come Lc, si batte per cause giuste e degne, ma con metodi e obiettivi diversi, Luca è il portavoce, bada bene non il leader, di una parte di esso e per conto di questa parte parla. Ora Scajola, il ministro degli Interni, non uno qualunque, e il sottosegretario Taormina, più vari altri esponenti del governo Berlusconi (ricordi: quello del conflitto d’interesse vivente, quello dei post-neo-fascisti di Fini, che a Genova era nella sala dei bottoni da dove si dirigeva la mattanza, di Bossi, sai, quello del carcere per gli immigrati) urlano che vorrebbero far fare a Luca e a molti altri di noi la tua stessa fine.

Bene, mi sarei aspettato almeno un po’ di rispetto e di solidarietà invece che degli articoli pomposi e da soloni della politica, che dall’alto della loro esperienza ci dicono cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Siamo tutti pronti a discutere alla pari con chiunque, a riflettere su tutto ciò che gli altri ci dicono, ma noi e questo movimento non abbiamo bisogno e non vogliamo gli “insegnamenti” di Maestri, buoni o cattivi che siano.

La questione della violenza e quella della legalità sono una questione seria, non credere che non vi abbiamo mai riflettuto sopra. Lo dimostra la nostra storia, che tu fingi di ignorare o ignori colpevolmente. I centri sociali, da cui le Tute bianche sono nate, sono eredi di quei movimenti di cui anche Lotta continua ha fatto parte negli anni ‘70. Naturalmente nel corso degli anni ’80 e ’90 sono cambiati, nuove generazioni di persone hanno sostituito quelle che le avevano precedute. Intanto il mondo cambiava e anche i centri sociali cambiavano, nel loro essere e nelle loro pratiche, anche per quanto riguarda l’uso della violenza.

Non è stato un percorso breve né facile, molti di quelli che sono rimasti a pratiche e linguaggi da anni ‘70 ancora oggi ci accusano per i nostri rapporti con le istituzioni e perché ci dicono che le nostre azioni sono solo conflitto simulato e addirittura concordato con la questura, pensa un po’. Ma noi crediamo nella nostra pratica di rapporto e di concretezza nei confronti delle istituzioni locali, che sono più vicine alla vita delle persone e dove è già possibile, nell’immediato, influire sulle decisioni che riguardano tutti i cittadini. Lo sai, abbiamo anche dei rappresentati eletti nei consigli comunali di Venezia e Roma. In quest’ultima città, anche nei municipi locali, dove, insieme ad altre realtà e partiti, stiamo già fattivamente sperimentando nuovi modi di concepire il rapporto fra cittadini e i loro rappresentanti, per esempio con strumenti come il bilancio partecipativo, sul modello di quello già in uso a Porto Alegre, in Brasile.

Noi crediamo anche nel valore simbolico ed “educativo” dell’usare i nostri corpi come mezzo della pratica politica, ma su questo tornerò dopo, vorrei finire di illustrarti il percorso che ci ha portato qua. Il punto di svolta, guarda un po’ questa globalizzazione, è accaduto a migliaia di chilometri dall’Italia, nel lontano capodanno del 1994. All’improvviso, in un posto prima conosciuto solo per le sue antiche rovine, dalla nebbia millenaria delle foreste sono spuntati fuori degli indigeni bassetti con il passamontagna, e un tipo che parla per loro ma non disdegna ogni tanto anche di discorrere con uno scarabeo. Beh, quei tipi strani usciti dal nulla hanno insegnato a noi e a tanti altri come noi, ma diversi da noi, che un altro mondo è possibile, che alle volte per essere visti bisogna nascondersi, loro con i passamontagna noi con le nostre tutine di carta. Ma soprattutto ci hanno insegnato che si può dire ya basta, ora basta, all’impero del pensiero unico e alla pretesa che la storia sia finita. Ci hanno insegnato che anche un piccolo gruppo di indigeni armati solo della loro cocciutaggine e delle loro parole possono smuovere un paese, un continente e anche un mondo intero.

Da loro è venuto un insegnamento che credo non siamo stati gli unici ad ascoltare, infatti ogni volta che siamo andati là per ascoltarli abbiamo sempre trovato tanti altri come noi, ma diversi da noi, ad ascoltarli e a farsi ascoltare. A partire dal quel Primo Incontro per l’Umanità e contro il Neoliberismo nel 1996 in Chiapas fino alla Carovana di questa primavera a Città del Messico.

Da quegli incontri in Messico e da quella rete di movimenti disolidarietà con quell’esperienza, da tutte quelle lunghissime discussioni e da quelle riflessioni che a volte ci sembravano anche inconcludenti è germinato il seme di questo movimento che poi è sbocciato a Seattle, ha iniziato a fiorire a Porto Alegre e qualcuno ha cercato, senza riuscirci, di recidere a Genova. Quel movimento ha tante facce e tante voci, sia qui in Italia sia nel mondo, sono le facce di una moltitudine che cammina domandando e domandandosi come si fa a rendere questo mondo più democratico, più giusto e più libero. Questo movimento non ha certezze ed è forte proprio perché impara sempre dai propri errori.

Noi di questo movimento ci sentiamo parte, solo una parte, e come tutti siamo pronti a ragionare serenamente su quello che è stato e quello che dovrà essere. Non credo che tu sia purtroppo ora nelle condizioni di vedere una videocassetta, altrimenti avrei voluto fartene vedere una su Praga prodotta da Indymedia, si chiama “Rebels colour”. Probabilmente avresti imparato molto su questo movimento e su di noi.

Ritorniamo alla questione dello stare in piazza e della violenza. Non so che percezione e conoscenza della realtà si possa avere da un carcere, ma credo che tu sappia che le Tute bianche non sono nate a Genova, per la verità lì neanche erano presenti in quanto tali ma “sciolte” nella moltitudine. Non mi sembra corretto parlare di scudi e protezioni partendo da Genova. E’ un metodo di stare in piazza che ha alle spalle almeno tre anni, è un metodo che ha avuto i suoi frutti e i suoi risultati (vedi il centro di detenzione di Trieste, via Corelli a Milano e la riunione dell’Ocse a Bologna), ma rimane solo un metodo, probabilmente Genova è stata l’ultima volta. Anche perché, dopo quel che è successo, la prossima volta invece che con la gomma piuma dovremmo proteggerci con i giubbetti anti-proiettile.

A proposito, non so se Soriano Ceccanti (la persona che il capodanno del ‘68 è stata sparata dalla polizia alla manifestazione davanti alla Bussola a Viareggio e condannata alla sedia a rotelle per tutta la vita) fosse veramente a Genova, spero e credo di sì, ma questo basterebbe a risponderti sul fatto se sia necessario scendere in piazza anche e soprattutto se c’è la possibilità che la polizia ti spari, sai, come dice il nostro Presidente del Consiglio, questi sono gli “inconvenienti” della democrazia. Io penso che bisogna avere il coraggio di essere in piazza in migliaia e migliaia proprio per evitare che la polizia spari. Questo lo hanno capito i trecentomila di Genova del 21 luglio e anche le decine e decine di migliaia che hanno manifestato in tutte le città d’Italia e del mondo il martedì successivo ai fatti di Genova. Cedere al ricatto della paura, ma anche, a quello della rabbia e della vendetta, crediamo sarebbe stata la morte della democrazia in questo paese.

Per quanto riguarda l’uso dei nostri corpi disarmati, anche se protetti raffazzonatamente con l’utilizzo creativo di materiali riciclati, questo ha significato in questi ultimi anni la rappresentazione pratica e simbolica allo stesso tempo del volersi mettere in gioco. Il rifiuto generalizzato e di massa all’essere solo spettatori passivi del “teatrino della politica”, il voler significare che tutti siamo coinvolti, che senza essere dei “guerrieri” però tutti insieme si poteva dire “ora basta”. Quelli con gli scudi, gli scolapasta in testa, quelli con le bottiglie di plastica come corazza, quell’esercito di straccioni e di Don Chisciotte non erano un servizio d’ordine, quell’armata Brancaleone erano tutti e tutte. Era chi credeva che era ed è giusto non cedere al ricatto dell’ignavia, erano giovani e vecchi che credono nella possibilità di ognuno di essere partecipe e protagonista. Disposti anche a farsi manganellare, magari non uccidere però, per dimostrare che si può dire no.

Io, anche se all’epoca ero troppo piccolo, sono molto documentato sulla storia dei movimenti degli anni ‘60 e ’70 e mi sono fatto una buona opinione di quello che è stato Lc fino ad un certo punto, dopo penso abbiate fatto una cosa giusta a sciogliervi. Nelle nostre metodologie comunicative penso, anche, che ci sia un segno di quello che ha rappresentato, in questo ambito, Lotta continua e il movimento del ’77 dopo di lei. Ma credo che sia chiaro a me, come maggiormente a te, che Lc è finita quando ha istituito il servizio d’ordine, ed è inutile che il ministro Scajola ce lo chieda noi non lo avremo mai. Il servizio d’ordine, come struttura separata, porta inevitabilmente alla militarizzazione, che è la fine di ogni movimento che per sua natura non può che basarsi sulla libera aggregazione delle persone, sul fatto che tutti si sentono partecipi e responsabili di tutto ciò che fanno gli altri. Il servizio d’ordine è, invece, separazione, gerarchia, predominio. Su questo siamo, credo, d’accordo.

Vedi gli scudi e la gommapiuma erano solo un simbolo, non un fine. Avevano un senso fino a che avevano una funzione di rappresentazione simbolica del conflitto, che serviva a generare, però, un conflitto vero nella società (conflitto non guerra, sono due cose molto diverse), non abbiamo mai pensato, ne ci è mai interessato di usarli per conquistare il palazzo d’inverno, non ci interessa. In realtà non ci interessava realmente neanche di violare la zona rossa. Il corteo che quel 20 luglio è partito dal Carlini non aveva un obiettivo realmente militare, anche perché, come dici tu della prefettura di Milano del ‘48, non avremmo saputo che farcene della zona rossa. L’errore che abbiamo fatto a Genova, e in questo siamo in buona compagnia con tutte le componenti del Gsf, è stato di credere che dopo l’elezione di Berlusconi, Fini e Bossi, ci fosse ancora spazio in questo paese per un movimento democratico e pacifico. Le immagini che credo tu abbia visto in tv, dimostrano che invece non era più così.

Quelli che sono stati massacrati dall’"esercito dell’impero", come giustamente lo ha definito Luca, erano persone inermi, vecchi e bambini, donne e uomini, colpevoli solo di essere lì a manifestare. Molti sono rimasti li per terra inermi, altri sconvolti da tutta quella rabbia e quell’odio nei loro confronti hanno reagito. Noi siamo stati pesantemente aggrediti a freddo da una carica completamente immotivata quando eravamo ancora a chilometri dalla zona rossa. Si è trattato di un agguato, lo sai che addirittura c’erano tombini delle strade dai quali all’improvviso hanno iniziato ad uscire fumi di gas lacrimogeni, questo solo per dimostrarti la premeditazione dell’attacco che abbiamo subito.

Stavamo camminando verso la zona rossa e all’improvviso senza che nessuno di noi avesse fatto alcunché, al di là del fatto di essere lì a manifestare, da dietro un angolo di una strada è partita una carica pesantissima, con lancio di centinaia di bombe lacrimogene, asfissianti, urticanti e anche di gas che provocavano il vomito. Abbiamo provato a resistere per un minuto o due, al riparo dei nostri scudi di plastica e delle nostre mascherine perfettamente inutili, ma un blindato si è scagliato contro la prima fila rischiando di schiacciare alcune persone che neanche l’hanno visto arrivare in mezzo a quella nuvola di fumo. A quel punto abbiamo abbandonato gli scudi e siamo scappati indietro. Eravamo circa diecimila persone, in un viale stretto fra il muro della ferrovia e alti palazzi.

Non è facile per diecimila persone indietreggiare in una situazione così, quando quelli che stanno dietro neanche capiscono bene cosa stia succedendo davanti. Ma dal nostro camion che si trova a metà del corteo con l’amplificazione è stato lanciato l’appello a tornare indietro fino ad uno slargo che avevamo da poco superato per poter fare un assemblea e decidere tutti insieme cosa fare. Stavamo piano piano tornando indietro, non ci si può mettere a correre in diecimila senza rischiare di provocare una strage, ma la polizia e i carabinieri non erano soddisfatti del fatto di averci fermato, non erano lì per quello. Erano in piazza per darci una lezione, per farci abbassare la testa a forza di manganellate, come in giro per la città stavano già facendo con le altre componenti del movimento, pacifisti, cattolici, Cobas, lillipuziani, mani tese e tutti gli altri. Noi davanti per fortuna avevamo gli scudi, eravamo riusciti ad arginare la prima carica e a scappare praticamente quasi tutti illesi. Ma questo non andava bene per i signori della guerra, non andava bene per chi dirigeva l’operazione dalla sala operativa (Fini?). Ma come, la preda più ambita, le tute bianche, i no-global, i giovani comunisti e tutti gli altri Disubbidienti se ne stavano andando via così senza che gli fosse stato lisciato il pelo neanche un po’? Non andava bene.

A questo punto, mentre noi cercavamo di allontanarci lungo la salita che riportava verso il luogo da cui eravamo partiti, sono iniziati a piovere lacrimogeni a catinelle. Non quelli nuovi, piccoli, che fanno solo fumo (anche se per niente piacevole), no, quelli di una volta, che vengono sparati col fucile e se ti beccano addosso anche a distanza di cento metri ti mandano dritto all’ospedale, sempre che sei fortunato e non ti colpiscono in parti vitali. Erano sparati nel mucchio del corteo che si allontanava alcuni con traiettoria diretta, ad altezza d’uomo, altri con una traiettoria tipo mortaio, che non ne limitava la forza distruttrice ma impediva ai più di vederli arrivare. Sparati a decine su una folla inerme, che ripeto tentava solo di allontanarsi, hanno iniziato a produrre il loro effetto voluto. Ogni volta che ne cadeva uno in mezzo alla folla, una persona andava lunga distesa per terra, a volte anche con ferite molto gravi. Abbiamo provato per un po’ a indietreggiare fino a quando abbiamo capito che ci avrebbero seguito lanciandoci addosso i lacrimogeni, e rischiando di uccidere qualcuno prima o poi, fino allo stadio da cui eravamo partiti qualche chilometro prima, e forse anche lì dentro. A quel punto non c’era più niente da fare, a quel punto abbiamo capito che l’unica possibilità era fermarci, girarci e farli scappare via.

C’era una canzone dei tuoi tempi, Valle Giulia ‘68, te la ricordi? Beh, “non siam scappati più”. A mani nude e, sì, lanciando sassi ma non avevamo altro per difenderci, li abbiamo cacciati indietro, lontano dal corteo, a distanza perché non potessero lanciarci addosso altri lacrimogeni. Nessuno da quel momento ha più provato ad andare verso la zona rossa, se il loro scopo fosse stato quello di tenerci lontano da là l’avevano pienamente raggiunto, gli sarebbe bastato fermarsi e non sarebbe successo più niente. Ma loro no, continuavano a caricare sempre più pesantemente, con i blindati, con gli M113, hai presente quella specie di carri armati su ruote? Ci hanno assalito con dei giganteschi mezzi dotati di idrante che, però, erano usati più per tentare di travolgere le persone che per l’acqua che probabilmente in tutto quel caldo sarebbe risultata semplicemente piacevole. Non solo, come le foto di Tano D’amico hanno dimostrato, hanno fatto uso più volte di armi da fuoco ad altezza d’uomo, anche quando non c’era nessuna giustificazione possibile di legittima difesa. Si sono fermati solo quando hanno raggiunto il loro scopo, quando hanno avuto la loro vittima sacrificale, quando hanno ucciso Carlo Giuliani. Solo a quel punto hanno smesso di caricarci e siamo potuti ritornare indietro sconvolti da tutta quell’orgia di violenza.

Questo è quello che è realmente successo a Genova quel 20 luglio al corteo dei disobbedienti. Puoi crederci o credere alle veline dei media, ma penso che vista la tua esperienza personale dovresti saper prendere con grano salis i resoconti dei giornali e delle televisioni.

Detto ciò per concludere il discorso sulla violenza (a tale proposito leggiti il bellissimo articolo di Marco Bascetta sul Manifesto del 12 agosto) una volta per tutte ti dico semplicemente: non ci interessa. Abbiamo imparato da voi la lezione, la spirale repressione-risposta-repressione è mortale per qualsiasi movimento e lo sapevamo bene già prima di Genova. Non andremo ai prossimi cortei come alla guerra, non faremo mai servizi d’ordine, probabilmente non useremo più neanche gli scudi, che poi vanno bene per le manganellate ma non certo per fermare le pallottole. Stiamo discutendo ancora su cosa fare alle prossime manifestazioni, vedrai finiremo per stupirli ancora una volta come abbiamo fatto per tre anni con gli scudi e le protezioni, ma dopotutto uno dei nostri slogan più belli è: siamo un esercito di sognatori e per questo siamo invincibili.

Una tuta bianca, una delle tante.

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