Il 22 luglio del 2001 avevo 32 anni. Ero arrivato dalla Germania con un gruppo di amici, non avevamo un’organizzazione di riferimento, solo la voglia di protestare, di combattere. Volevamo solo dimostrare che un altro mondo è possibile.
Quel venerdì mi sono trovato in mezzo agli scontri, la polizia ci ha caricati. Abbiamo provato a scappare ma ci hanno raggiunti e picchiati duramente.
Dopo le cariche, siamo riusciti ad allontanarci e a raggiungere l’ospedale di Santa Marta. Ero ferito, sanguinavo, il mio viso era irriconoscibile. Sono arrivato lì, sperando di farmi curare ma l’ospedale era pieno di poliziotti. Poco dopo si sono avvicinati. Uno di loro mi ha preso il polso e ha guardato il braccialetto che portavo: “tu sei un black block”. Mi hanno portato a Bolzaneto.
Mi hanno tenuto lì sei ore. Non mi era mai successo nulla di simile. Le violenze, le botte, le minacce, gli insulti. Avevo paura.
Quando mi hanno rilasciato mi sembrava che fossero passati giorni. Ero lì, fuori dalle porte del carcere insieme a un altro ragazzo. Tutti e due avevamo i vastiti, laceri, sporchi, macchiati di sangue. Io avevo il viso tumefatto. C’era un via vai di poliziotti: uno di loro si è avvicinato e mi ha detto: “abbiamo ucciso uno dei vostri”.
Quando sono tornato in Germania non sono riuscito a parlare di quello che è successo a Genova. La mia famiglia, anche oggi, non riuscirebbe a capire. Anche con gli amici è stato ed è tuttora difficile. Dovrei scendere troppo nei particolari, raccontare troppi dettagli e alla gente non piace ascoltare cose così brutali, aberranti.
Dopo cinque anni la gente si è stancata di sentir parlare di Genova, solo di tanto in tanto appare qualche articolo, eppure quell’esperienza tragica, non si può, non si deve dimenticare.






