Salvatore Amura

Nel luglio del 2001 avevo 27 anni. Ero consigliere comunale da due anni e presidente del consiglio comunale di Pieve Emanuele. L’amministrazione di Pieve aveva aderito al Genoa social forum con una delibera. In questa veste andai a Genova con gonfalone del comune: era lì che si cominciava a parlare di bilancio partecipativo, progetto locale e federalismo solidale. Non scorderò mai il nostro gonfalone che fu costretto a scappare.

In quei giorni si sperimentava l’idea del Forum: associazioni, movimenti e amministrazioni locali si confrontavano sulle alternative al neoliberismo. Sapevamo che non era un appuntamento come gli altri: la tensione saliva giorno dopo giorno con gli articoli sui palloncini di sangue infetto che avrebbero lanciato i manifestanti e il ritrovamento di bombe a Genova. Avevamo messo in piedi Makaja, un progetto che raccoglieva insieme tanti soggetti diversi attorno ai temi della precarietà, dei diritti dei migranti e della critica al potere delle multinazionali. Tutto il progetto Makaja ruotava attorno alla comunicazione indipendente. C’era inquietudine ma anche una grande organizzazione. Energia positiva e paura. Sapevamo di vivere un’esperienza unica. Mi ricordo l’arrivo qualche giorno prima dei cortei, la città che cominciava a chiudersi. Ingenuamente, l’amministrazione di Pieve Emanuele aveva prenotato delle stanze in una pensione dentro la zona rossa. Quindi io lasciai i miei bagagli in stanza e li ritrovai solo alla fine di quelle giornate. Mi sento fortunato, nonostante tutto, ad aver vissuto quelle giornate intense e terribili. E sono sicuro che se non fosse venuto l’11 settembre quel movimento sarebbe cresciuto ancora di più, e il governo Berlusconi non durato cinque anni,

*coordinatore Rete del Nuovo Municipio e assessore a Pieve Emanuele

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