Quando dalla redazione di Carta mi è stato chiesto un contributo a questo numero del giornale, a proposito del movimento di Genova e di quello che ha significato per chi, come me, oggi è parlamentare di Rifondazione e all’epoca era uno dei portavoce del Gsf, ero sui binari della stazione di Napoli.
In verità non ero lì per prendere un treno, ma in compagnia dei lavoratori dell’Avio di Pomigliano, che dopo essersi occupati, per anni, dei motori degli aerei Alitalia, hanno scoperto che il loro datore di lavoro intende servirsi di una fabbrica israeliana, e che quasi quattrocento posti di lavoro sono a rischio. La solita storia, la globalizzazione…
Potrei cavarmela così, raccontando un piccolo episodio che alla fine sembrerebbe dimostrare che è cambiato poco, da Genova ad oggi, sia sul piano generale che per tutti noi, per quella generazione di militanti che ha vissuto quei giorni con una intensità, una gioia e una disperazione che mai prima aveva provato. Le lotte, i movimenti, ci sono ancora e continuiamo a pensare che si può cambiare il mondo.
In realtà non è proprio vero. Certo, Genova ci ha cambiati, e forse lo avevamo capito subito, quando dicemmo che niente sarebbe stato come prima. E ci ha fatto guardare le cose con più sfumature, mettendo in discussione politicismi e dogmatismi, appartenenze e organizzazioni. Ma è così fino in fondo? O questi anni trascorsi hanno, di nuovo, cambiato le cose?
Sarebbe un bel guaio se ognuno di noi, ognuna delle mille storie che si sono incrociate a Genova, tornasse “semplicemente” a fare quello che faceva prima. Chi a fare politica nei partiti, chi nel sindacato, chi nel volontariato, chi nei centri sociali. Sarebbe una sconfitta per tutti: per chi non vuole trovarsi nella tenaglia tra la fine del governo dell’Unione e la “riduzione del danno” del rifinanziamento a una missione militare, ma anche per chi non ha voglia di tornare alla “testimonianza” dopo aver assaporato la “trasformazione”. Forse, per fare questo, dovremmo
smetterla di parlare di Genova al passato.






