Sono un figlio di Genova e ho sempre fatto di questa provenienza non un puro fatto di anagrafe, ma una consegna di fedeltà. Ho avvertito sempre più che tutto ciò che di positivo avevo potuto conquistare e forse anche testimoniare, affondava le radici nella storia genovese.
Con straordinaria sorpresa, quei valori umani in cui sempre più credo, per i quali sempre di più combatto, a cominciare dai valori evangelici, li avevo in casa mia e attorno a casa mia, nella storia, nella esistenza dei poveri, degli umili, dei giovani, degli operai, degli assetati di giustizia.
A vent’anni partecipo, nel ‘43-’45, alla liberazione di Genova dal nazifascismo. Una città conquistata giorno dopo giorno. Ordinato prete nel ‘59 in Genova, al Don Bosco, con tanti giovani. Nel ’60 con gli operai contro il congresso dell’Msi, cade il Governo Tambroni.
Nel luglio del 2001 per le strade incontro migliaia di donne e uomini, ragazze e ragazzi, un popolo immenso che passava nella mia città e chiedeva ai potenti Signori del G8: “Non vi sembra una cinica pretesa di voler a tutti i costi, dimostrare che il vostro mondo [Bm, Fmi, Wto, Guerre umanitarie] sia l’unico mondo possibile?”
Quale è stata la risposta? Genova è, ancora oggi, profondamente ferita. C’è ormai un libro bianco interminabile. Testimonianze oculari, foto, filmati… Abbiamo trascorso giornate e nottate allucinanti dal principio alla fine, dalla militarizzazione all’umiliazione della nostra città. Porto chiuso. Aeroporto presidiato. Stazioni ferroviarie bloccate. Negozi barricati. Invasioni di divise… E soprattutto è saltata la “legalità” con numerosi e inaspettati episodi di “squadrismo di stato”, culminati nella tortura degli arrestati. Confusione, paura, disperazione, rabbia, scontri. Una vera imboscata, la risposta del governo.
Carlo muore nella trappola.
Cittadini in divisa hanno sperimentato il potere puro, l’arbitrio assoluto. Hanno potuto far passare, perquisire, sfottere, insultare, minacciare, infiltrare, provocare, picchiare, torturare, uccidere.
Nel quinto anniversario Genova, l’Europa, il mondo dei movimenti attende ancora perplesso. Questa nuova maggioranza è in grado di istituire finalmente una Commissione parlamentare d’inchiesta con pieni poteri? È la democrazia che lo esige.
Basta guardare il film “Le Strade di Genova” di Davide Ferrario per rimanere sbalorditi e sospettare la connivenza della catena di comando con infiltrati di ogni specie. Carlo era uno dei tanti e con la sua morte hanno voluto dare un segno a tutto il movimento, anche a chi era rimasto a casa.
Nel luglio del 2001, nella mia Genova, ho preso coscienza e ho ritrovato la mia dignità di uomo, di cristiano, presbitero e coordinatore di Comunità. Lo considero il mio salto di qualità definitivo nella resistenza indio-afro-popolare di tutto il mondo.
È irrinunciabile il bisogno di parlare con chi a Genova non c’era. Quello che hanno subito migliaia di persone di numerosissime associazioni, non è affatto “normale”. Di conseguenza, anche quest’anno, sarò in piazza Carlo Giuliani in Genova.
A novembre del 2002 andai a Firenze, perché a Genova il movimento era stato brutalizzato. Bisognava rimettersi in cammino… Non mi sono più fermato.
È intollerabile che si dimentichi, che da questa esperienza non s’impari niente. Nessuno poteva prevedere quanto sarebbe stato vasto il raduno di Genova del 2001. A mio avviso, si è allargato soprattutto per una lunga e repressa insofferenza alla sofferenza.
Sono uscito dall’esperienza gioiosa e dolorosa di Genova convinto che senza giustizia non possa esistere democrazia. Pochi giorni fa sono stato invitato a Trento, per un incontro con i giovani del centro sociale “Tana Liberatutti”. Mi sono commosso nel constatare che Genova 2001 non è stata sepolta. I ragazzi hanno cambiato spontaneamente la denominazione della strada del loro centro. È stata fissata una nuova targa: “Via Carlo Giuliani”.
Dopo la sua morte, Carlo è di tutti. Si continuerà a camminare domandando, partendo da piazza Carlo Giuliani. Saranno presenti tutti coloro che sperano, pregano, lottano, che soffrono delle ingiustizie.
Non si vuol più accettare l’assenza di futuro.
Un nuovo mondo è possibile, costruiamolo insieme.






