Non capita nella vita di ogni individuo, ma almeno per la maggior parte delle persone vi è un momento della vita in cui si scopre di non essere solo un’isola autosufficiente, ma che c’è un mondo oltre se stessi.
Non saprò mai se mi sarebbe veramente interessato quello che successe a Genova nel Luglio del 2001 se non fosse stato che abitavo a pochi chilometri dal palazzo che per una minuscola frazione di tempo diventò il centro del mondo. Ma io a Genova ci sono nata e cresciuta e da quando ricordo di pensare ho sempre considerato che anche in questo doveva esserci di sicuro un senso.
Fu in quei giorni di Luglio che capii molte di queste cose. Il destino è sempre premuroso, per questo mi fece nascere proprio a Genova, e nonostante quanto limitato possa sembrare come spazio, in quei pochi chilometri che coprivano il percorso da casa mia alla zona rossa, capii che oltre al mio micro-mondo ve ne era un altro.
Era solo da pochi giorni che finalmente potevo esibire il mio sudato diploma di maturità artistica, guadagnato in fretta e furia, come tutti i maturandi genovesi. Gli esami dovevano obbligatoriamente essere finiti entro l’inizio del meeting. Senz’ombra di dubbio fu questa la prima cosa che il G8 influenzò della mia vita. Noi che studiavano nella Zona rossa non sapevamo neppure se ce l’avremo fatta a sostenere gli esami per i quali ci stavamo preparando da almeno un anno. Ci immaginavamo uno scenario apocalittico, in cui come in un video game avremo dovuto affrontare cecchini, carri armati, spari a raffica prima di raggiungere vittoriosi il portone della scuola per scoprire che era chiusa perché magari Bush voleva farsi una passeggiata per quella via.
Ogni volta che in Via San Vincenzo iniziava o finiva un nuovo lavoro per abbellire la strada tutto ci sembrava ogni giorno più vicino, l’esame e il G8. Per tutto l’anno scolastico avevamo percorso il tragitto fino al liceo su ponteggi improvvisati, tubi e fughe di gas. E così era stato tutto il centro. Da bella come la avevo sempre vista, la Superba per mesi si era trasformata in un lugubre cantiere a cielo aperto, umido e perennemente avvolto dalla pioggia. Probabilmente gli eventi atmosferici lo sapevano già a che cosa ci si stava preparando. Inciampai nei ponteggi fino all’ultimo giorno degli esami, ma quando ritornai a ritirare il Signor Pezzo di Carta, i ponteggi non c’erano più e al loro posto stavano iniziando ad essere costruite le barricate che avrebbero separato la via dalle altre. Capii che tutto quello di cui avevo confusamente letto e di cui non mi ero neanche tanto preoccupata stava iniziando e capii che la città stava iniziando a non essere più mia. Per tre giorni i proprietari sarebbero state otto persone che molto probabilmente non erano neanche capaci a individuarla nel mappamondo. Solo loro avevano il diritto e chi la aveva sempre amata e vi aveva sempre vissuto si ritrovava una grata in faccia a vietargli il passaggio.
Iniziai già dalla settimana prima a girare per la città con la macchina fotografica appesa al polso a fotografare i preparativi di questo grande evento. Avevo appena capito cosa significasse quella piccola sigla così infantile e già mi ero decisa di esserne testimone.
Per la prima e unica volta della mia vita potevo essere testimone della storia e volevo esserlo fino in fondo, senza capire che cosa mi ci spingesse e perché questo mi distraesse da cose che mi sembravano più importanti, come il mio futuro da quel momento. Ma pensare ad un lavoro, all’università, ad una nuova vita in un’altra città erano idee che rimanevano sospese. Solo il presente di quei giorni era quello che volevo vivere.
Lessi di limoni incollati alle piante per decorare l’interno di Palazzo Ducale, di pannelli posti sulle facciate dei palazzi che non si aveva avuto il tempo di restaurare, lessi del divieto di appendere abiti e biancheria ad asciugare alle finestre, e capii la reale portata intellettuale dell’evento. Ma quello che si porgeva ai miei occhi era un altro mondo, una altra faccia del corso degli eventi. Era quello della massa colorata di persone che, lenta ma costante, arrivava a Genova. E quando iniziai a intravedere quel fiume fu una delle poche volte della mia vita in cui non mi sentii sola. Sarebbero stati quelli i miei compagni di quel viaggio che mi avrebbe fatto vivere la Storia, con loro nelle loro mille lingue, mille colori, credi, ideologie e religioni diverse.
Salutai la pioggia che precedette il vertice come un segno del destino, perché lasciò al suo posto un’aria fresca, inusuale per Luglio. Era di sicuro il suo modo per aiutare i tanti manifestanti nelle loro imprese senza soffrire l’afa. Chi, invece, nel periodo del G8 avrebbe indossato un completo o una divisa il caldo lo avrebbe sofferto comunque. Ma dopotutto, ognuno è libero di scegliersi quale vestito indossare nella vita, e chi sceglie la divisa sa che a Luglio rischia di soffrire molto caldo. E’ altamente probabile, o almeno così io penso, che molte cose inspiegabili al mondo possano succedere anche solo per ragioni fisiologiche, così semplici e ovvie che nessuno ci va a pensare, chissà, se il caldo può dare la testa, chissà.
Non volevo e non potevo pensare che potesse essere brutto o pericoloso. Ero ingenua, le cose brutte non succedono nei paesi civili. I giornali sprecavano inchiostro per dare consigli sul come comportarsi in quei giorni, mi sembravano così eccessivi; maschere antigas, bottiglie con acqua e bicarbonato, limone per lenire le infiammazioni da lacrimogeni. Ma si sa che l’informazione deve essere sempre eccessiva sennò non vende. 50 o forse 100 bare arrivate dal Ministero dell’Interno su un treno da Roma fino a Genova; forse non sarà proprio come me lo immagino. Ma era la Storia, dopotutto, con la S maiuscola, che stava per accadere a sei chilometri da casa mia. Genova era la capitale del mondo e forse da quel momento non sarebbe più stata ricordata dagli stranieri solo come “un posto vicino a Portofino”.
Gli elicotteri continuavano a volare, così vicini che sembrava di averli in giardino. Non lo ho ancora somatizzato, ogni volta che sento il rumore di un elicottero penserò sempre a quei giorni, così come ogni volta che il segnale del cellulare scompare senza ragione. Chissà che cosa pensavano potessimo dirci per oscurare il segnale del telefono.
Ma il vero mondo è sotto casa mia e non nel Palazzo, nel centro nevralgico. E’ allo Stadio Carlini e quando si va comprare l’acqua (alle macchinette dell’ospedale, perché tutti i negozi sono chiusi) si torna a mani vuote, perché dopotutto noi abbiamo i rubinetti, i manifestanti no.
Gli autobus interrompono il loro percorso all’inizio della zona Foce, inizio zona gialla, come se oltre vi possa essere un dirupo e alla festa dei Migranti, il 19 Luglio si va a piedi. E quel giorno capisco di non aver sbagliato, è tutto come lo avevo immaginato: 200.000 persone che si incontrano. I “grandi” devono essere delusi, è oltre le barricate che ci sono i veri protagonisti!
La diretta televisiva avverte che otto manifestanti (numero davvero magico oltre che ricorrente) sono riusciti ad entrare dentro la Zona rossa. Urlo di gioia per i nuovi eroi, peccato che dopo questo breve annuncio più nulla si sia saputo di loro. E’ il 20 e le mie gambe mi vietano di andare oltre Corso Gastaldi. Rimango lì a guardare, come se fossi una telecamera abbandonata su un cavalletto a registrare le scene nella mia testa. Perché se tirassi fuori la mia macchina fotografica potrei passare guai. Il cellulare non prende, non torno a casa a pranzare, ma non preoccupatevi, ho con me panini e acqua. Ma tanto il cellulare non prende.
Al casello dell’autostrada si sono presentate delle persone vestite di nero, la polizia di Genova non voleva farle entrare ma da Roma hanno dato l’ordine di accoglierle. E le mie gambe non si muovono, guardo la Punto grigia accanto a me. Penso che il suo proprietario non deve leggere molti giornali, oppure la ha lasciata lì apposta per me, per nascondermi lì sotto se ne avessi avuto bisogno. La polizia marcia al passo dell’oca e forse non avrei dovuto mettermi le espadrillas (anche se fa molto manifestazione) ma delle scarpe da ginnastica. La macchina fotografica rimane nella borsa, non è più lei la mia testimone, ma il testimone sono io. Me la possono rompere, ma nessuno romperà me, perché siamo in un paese civile e la manifestazione alla quale sto partecipando è autorizzata.
Come se fosse un miracolo ritorna il segnale del telefono e squilla. C’è un morto. E’ a meno di un chilometro da me. Vuole dire che per il momento Roma ha sprecato 49 bare, ma potrebbe sempre rifarsi della parcella, ha ancora più di un giorno di tempo. Finché le linee telefoniche danno stato di grazia, si fa giro di informazione. Dove sei? Sei vivo? c’è stato il morto, sta attento.
Non so come, sono a casa, il video dà una visione più ampia di quello che i miei occhi hanno fotografato. Come se qualcosa di vecchio di poche ore potesse essere già entrato nell’immaginario collettivo. Però non è questa la storia che pensavo di vivere. Mani bianche alzate al cielo di chi sarebbe caduto dopo pochi attimi sotto botte dagli stinchi al cranio, senza alcuna ragione o distinzione. Ragazzi, bambini, preti. Era dai tempi di Diocleziano che i cristiani non prendevano così tante botte.
A San Giuliano si sono visti dei carabinieri cambiarsi le divise e indossare tute nere. Da quel momento ho capito, è prassi elementare, l’occhio vede quello che la mente vuole.
La grande manifestazione che doveva esserci il 21 non ci fu. Doveva essere la più gioiosa, la più grande, la più bella. Stavo uscendo da casa, ma in tre mi sbarrarono la porta. E’ vero sono figlia unica.
In tutte le società esiste un concetto di rispetto chiamato lutto. L’ultimo giorno si bloccò, non perché chiunque doveva esserci si ritrovava parzialmente immobilizzato alla Pertini-Diaz o a Bolzaneto.
In cuor mio non ho mai pensato che furono 49 le bare sprecate dal Ministero dell’Interno. Vorrei sentire chi ha visto gettare enormi sacchi dalla forma inquietante dalla banchina del porto, quella notte. Ma troppe poche sono state le orecchie che hanno udito pianti materni, che piangevano in lingue diverse, ma il pianto ha una sola lingua.
Solo a distanza di anni mi è più chiaro capire cosa sia cambiato e cosa sia rimasto uguale, per me e per la mia città. M’aspettavo che dal posto che visse la più grande sospensione di diritti civili dalla fine dell’ultima guerra potesse nascere qualcosa, non proprio nuovo. Forse qualcosa di più simile ai racconti che mi erano stati fatti a proposito degli anni ’70. Ma devo essere sincera, non so fino a che punto temessi o sperassi.
Alla fine dell’ultima giornata la città era surreale. Iniziarono ad aprirsi le barricate, oltre a queste, la zona rossa era perfetta. Dopotutto era questo che si voleva. Ma sei gas lacrimogeni non fanno davvero male, perché tutte le piante delle aiuole della Foce sono morte? E non solo quelle, ma anche fino ai secondi piani dei palazzi iniziano a diventare grigie. E perché cammino su un tappeto di gatti, topi e piccioni morti? Se anche il sindacato di polizia a fatto notare di aver riscontrato dei danni qualche motivo ci sarà pure.
Si stanno aprendo le barricate e intravedi Piazza De Ferrari, bellissima, pulita, ma non è più mia. Mio è quello che ho dietro alle spalle e per quanto devastato e violentato possa essere mia appartiene e mi apparterrà per sempre.
Non si è mai saputo quello che i grandi otto si dissero all’interno, quali fossero le conclusioni raggiunte. Probabilmente doveva rimanere un segreto a noi comuni mortali. Quello che mi importava era che io sapevo quello che era successo fuori.
Forse l’unica cosa a cui è servito il G8 di Genova del Luglio del 2001 fu di sovvenzionare restauri alla città, o almeno per i genovesi è così ricordato. Restauro e pubblicità. L’idea di una città cambiata da cima a fondo solo per tre giorni e otto persone suonerebbe ridicola se raccontata ad un bambino, non ci crederebbe. Eppure quanto è cambiato nella vita di chi ha vissuto quei giorni, come le scalinate di Palazzo Ducale. Prima erano semplici, quadrate, perfette per farci sedere sopra chiunque si desse appuntamento in quel punto. Ora sono ellittiche e maestose, perfette per accoglierci per tre giorni persone che non ci sono mai più tornate. Ma a me piacevano di più le scalinate che c’erano prima.






