intervista a Gigi Malabarba
Il 20 luglio lascerà il suo posto di senatore ad Haidi Giuliani. Gigi Malabarba, una delle voci critiche più rispettate e attente all’interno di Rifondazione, ha scelto da tempo di concludere la sua esperienza nelle istituzioni presentando la proposta di legge per la commissione d’inchiesta su Genova 2001.
È una battaglia in salita, e lo sa bene, tuttavia, con la sua solita pacata tenacia, dice che “è ora di fare chiarezza su quello che è successo cinque anni fa”.
La commissione di inchiesta su Genova era stata inclusa nel programma dell’Unione. Pensi che sia una sufficiente garanzia di impegno da parte dei partiti della coalizione?
No, non credo che basti il riferimento al programma e la freddezza, la riluttanza con cui la proposta di commissione d’inchiesta è stata accolta lo dimostra. Ho presentato il mio disegno di legge appena le nuove camere si sono insediate, il 28 di aprile. Per quasi quattro anni la richiesta è stata all’ordine del giorno del parlamento, ma non è stata mai votata per l’opposizione della destra. Spero che adesso si possa arrivare al voto, anche se credo che senza una mobilitazione di tutti quei cittadini che cinque anni fa erano per le strade di Genova, l’Unione possa essere tentata dalla melina parlamentare per evitare di riaprire il capitolo G8. È chiaro che l’oggetto principale del lavoro della commissione dovrebbe essere il funzionamento della catena di comando e le scelte di gestione dell’ordine pubblico. La ritrosia dell’Unione è dimostrata anche dalla decisione, per quanto riguarda la camera dei deputati, di adottare la procedura ordinaria per l’istituzione di una commissione bicamerale. Sarebbe stato un segnale politico più deciso se si fosse comunque seguito il cammino scelto al senato, di commissione monocamerale, per avviare immediatamente il lavoro. La procedura ordinaria allunga i tempi, e dopo cinque anni è proprio l’ultima cosa da fare. Anche l’iter più lungo, comunque, va bene, purché ci sia la garanzia del risultato finale.
Perché c’è questa ritrosia?
Ci sono diversi fattori. Uno è il ruolo dei sindacati di polizia, che vedono la commissione di inchiesta come una sorta di indagine sul loro comportamento. Purtroppo questo atteggiamento non è solo dei sindacati di destra, ma anche di quelle aree che tradizionalmente si sono battute per la democrazia all’interno delle forze dell’ordine. Una parte dell’Unione è molto sensibile a questo richiamo. Il secondo elemento è che il vertice del G8 del 2001 non era stato organizzato dal governo Berlusconi, ma dal precedente governo di centrosinistra. Per cui c’è molta resistenza a sottoporre le scelte di allora a una revisione critica. Tutto questo spiega, ma certamente non giustifica. Amnesty international più volte ha sottolineato come in quei giorni ci sia stata una sospensione dei diritti civili, in Italia. Credo che una democrazia che si pensa matura non possa non fare i conti con un capitolo tanto buio. E anzi dovrebbe farlo proprio per esplicitare gli anticorpi democratici che possono proteggerla da future eventuali ricadute. Questo vale sia per le forze politiche, sia per gli apparati di sicurezza, sui quali è urgente riaprire un dibattito profondo.
Restiamo su questo punto. La catena di comando che decise e attuò la repressione delle proteste nel luglio 2001, è ancora praticamente intatta. È anche questo un elemento di resistenza alla commissione di inchiesta?
Penso di sì. L’Unione è in difficoltà anche perché nel suo programma c’è la riforma degli apparati di intelligence e di sicurezza. Dal 2001 a oggi si è delineato uno scenario per cui la persona che il centrosinistra aveva messo alla testa della polizia, Gianni De Gennaro, è il candidato più probabile alla guida dei nuovi servizi “riformati”. L’ambizione di De Gennaro è di diventare una sorta di consigliere per la sicurezza nazionale, all’americana, e le vicende di queste settimane, con il discredito gettato sul Sismi, indipendentemente dalle responsabilità personali di alcuni suoi agenti per il rapimento di Abu Omar, è un elemento di questa manovra. De Gennaro si presenta come l’alternativa credibile, forte per l’unificazione di tutti i servizi di sicurezza di questo paese. Si tratta dell’evoluzione di ciò che già esiste sotto forma di centrale antiterrorismo attivata presso il Viminale.
Che nesso c’è con la commissione d’inchiesta?
Questo è il contesto in cui il discorso della commissione d’inchiesta si inserisce. Ed è un contesto che condiziona. Se si trattasse di affrontare la pur dolora ricerca della verità sui fatti di Genova, probabilmente per l’Unione almeno, non ci sarebbero i problemi che invece stanno emergendo. Ma siccome c’è quest’altra partita in corso, diventa complicato cercare di chiarire le responsabilità di qualcuno, se quel qualcuno è la persona a cui, probabilmente, dovrai affidare la gestione degli apparati di sicurezza. Come si fa a contestare qualcuno che stai per promuovere sul campo?
Fa parte di questo contesto anche il fatto che la maggior parte degli autori della repressione sono stati promossi, l’ultimo pochi giorni fa è stato Spartaco Mortola. De Gennaro è riuscito a compattare dietro di sé l’apparato, tanto che la sola idea che si possa discutere l’operato delle forze dell’ordine suscita delle reazioni da sentimento di lesa maestà. Inoltre, permettimi di aggiungere che ci sono degli attacchi personali ad Haidi Giuliani davvero incivili. E non ci sono reazioni nemmeno da parte di quei settori della polizia che hanno contestato la deriva militare che la polizia ha avuto da qualche anno a questa parte. A ben vedere, l’impunità che finora ha accompagnato gli agenti e i funzionari inquisiti per i fatti di Genova, ha incoraggiato l’illegalità. Anche per questo la commissione è quantomai necessaria.
Forse anche a sinistra, però, e perfino nello stesso movimento di Genova, c’è poca voglia di riaprire quel capitolo?
Una parte della sinistra è senz’altro preoccupata per l’esito che la commissione di inchiesta, dato il contesto che abbiamo appena descritto, potrebbe avere. C’è una ragione fondata per questa preoccupazione, visto che la commissione potrebbe poi finire nelle mani di chi non ha alcuna intenzione di fare chiarezza, tanto a destra quanto nell’Unione. Tuttavia, sarebbe inconcepibile dopo tanti anni di battaglia, non cercare di tenere viva l’attenzione su quanto è successo. Oggi sono solo gli imputati o chi è coinvolto nei processi a spingere e tirare perché non finisca tutto con qualche grottesco colpo di spugna. Se non c’è un richiamo dell’attenzione e della politica del paese, il rischio che quei processi finiscano malamente è ancora più alto. Per questo, penso che chi abbia delle obiezioni legittime sulla commissione di inchiesta, che magari potrebbe non portare alle conclusioni che sarebbero auspicabili, debba comunque sostenerla per evitare che la memoria di quelle giornate rimanga confinata nelle sole aule di tribunale. È un rischio che non possiamo correre, perché Genova ha a che fare con la riorganizzazione dei servizi di sicurezza e di polizia, che a sua volta allude alla guerra globale e al suo fronte interno. Ma allude anche alla ondata di repressione che colpisce le varie lotte sociali degli ultimi anni. Ripartire da Genova, allora, è necessario non solo per chiarire il passato, ma anche per il presente e il futuro della qualità della democrazia di questo paese.






