Quando gli amici di Carta mi hanno chiesto di scrivere una paginetta su Genova ma partendo dal vissuto personale ho subito risposto con grande entusiasmo.
Ma più si avvicinava l´ora della consegna più cresceva in me l´imbarazzo. Genova ha cambiato tutta la mia vita, ma come raccontarlo, da dove iniziare?
Come evitare un amarcord esistenziale o l´ennesima dissertazione politica sull´importanza di quelle giornate?
La risposta l’ho trovata in un’altra domanda. Mi sono chiesto: qual é stata la cosa più importante che ho imparato a Genova? Qual è la lezione che non dovrò mai dimenticare ?
L´immensa attualità di Genova mi è apparsa sintetizzata in uno dei più classici archetipi della storia umana: la torre di Babele.
Se la torre di Babele crollando ha impedito agli esseri umani di comunicare fra loro, le giornate genovesi hanno ricostruito la torre.
Centinaia di associazioni, di gruppi, di comitati fino ad allora rinchiusi nei loro linguaggi, ognuno geloso delle proprie virtù e dimentico dei propri difetti, hanno cominciato a parlarsi, ad ascoltarsi e quindi anche a capirsi.
Non perché avevamo tutti le medesime convinzioni, ma perché ognuno di noi era consapevole della propria non autosufficienza; perché nessuno di noi avrebbe mai potuto vincere la propria battaglia senza l’aiuto degli altri; perché l’avversario che abbiamo e avevamo di fronte è il medesimo e le nostre divisioni erano e sono parte della sua stessa forza.
La nonviolenza prima ancora di diventare strategia politica, l’abbiamo sperimentata nei mesi di vita del Genoa social forum nei rapporti tra noi, dopo decenni nei quali troppo spesso il nostro vicino era diventato il nostro nemico.
La necessità di una coerenza tra mezzi e fini non derivava da un rigurgito di moralismo, ma dal desiderio di sfuggire ai mostri di un passato che pure era stato animato da meritevoli intenzioni, e dalla contestuale impossibilità di sottrarsi all’urgenza del presente. Un presente segnato da una lotta contro il tempo nella quale in palio c’ è il destino dell’umanità; una lotta della quale, forse anche nostro malgrado, siamo parte integrante e tutt’altro che indifferente per importanza e per potenzialità.
Se non altro per la collocazione geografica e sociale nella quale ci è capitato di nascere, che non permette un’innocente irresponsabilità verso il resto dell’umanità.
“Voi G8, noi 6 miliardi”, chi ci avrebbe mai creduto ?
Il patto stretto tra di noi non ha mai cercato di cancellare le differenze, anzi le ha riconosciute e le ha esibite come una ricchezza da conservare dentro una cornice comune.
Nessuno ha rinunciato ad essere se stesso, né un singolo, né un collettivo.
Le piazze tematiche delle giornate genovesi ne erano la rappresentazione.
La poliedricità della nostra unione ha permesso a tanta, tantissima gente di avvicinarsi scegliendo il lato del prisma che ciascuno ha sentito più vicino alla propria sensibilità.
Quando la cieca violenza del potere ha cancellato ogni innocenza e spalancato le porte alla tragedia, anche allora il prisma non si è spezzato.
Anche di questo hanno avuto paura; anzi forse sopratutto proprio di questo.
Quegli stessi che oggi vorrebbero poter scrivere di noi:
“Si sono incontrati per cambiare il mondo, si sono lasciati dopo aver cambiato un governo”.






