Processo politico

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Per capire l’enfasi usata dal pm Andrea Canciani nel sostenere che il 20 luglio 2001 a Genova ci furono violenze preordinate da parte dei manifestanti, è bene rammentare che le 25 persone imputate non furono individuate e incarcerate subito, bensì a distanza di un anno e mezzo. Furono arresti clamorosi, sia perché colpivano persone innocue e tutt’altro che pronte alla fuga, sia per l’enormità delle pene che rischiano: da 8 a 15 anni. In quel dicembre 2002, ai piani alti delle forze dell’ordine, dello Stato e anche della magistratura, molti pensarono o sussurrarono un «finalmente». E’ quasi banale osservare che, sul piano simbolico e politico, il processo ai 25 fa da contrappeso a quelli su Bolzaneto e sulla Diaz.

Per quanto gli oltre 70 agenti imputati siano protetti dall’imminente prescrizione, questi processi hanno coperto con una spessa coltre di fango l’onorabilità dei massimi dirigenti di polizia e dei leader politici che li proteggono. Perciò lo Stato ha bisogno di una sentenza esemplare. Quindi non sorprende che i pm Canciani ed Canepa – consapevoli o meno che siano di questa «superiore esigenza»– arrivino a sfidare il buon senso, ad esempio sull’indifendibile carica al corteo in via Tolemaide, e fingano di non sapere che il ministero dell’interno ha già subito cinque condanne in sede civile per le violenze compiute per strada dagli agenti. Allo stato servono condanne molto dure e motivate con la nota tesi della città «messa a ferro e fuoco». L’obiettivo generale è nitido: salvare gli agenti dai processi, condannare un pugno di manifestanti, azzerare la credibilità di un movimento che sembrò capace di aggregare decine di migliaia di persone. La missione è quasi compiuta.

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