Perché i No Tav non verranno il 20 ottobre

L’assemblea del movimento No Tav si è riunita ieri sera a Villardora. Al termine dell’incontro, molto partecipato, è stato diffuso un comunicato in cui si afferma che «non vi sono le condizioni e i presupposti per partecipare alla manifestazione del 20 ottobre a Roma». «A nostro avviso – dice il comunicato dei No Tav–la manifestazione si configura, al di là dei tentativi di raddrizzarne il tiro da parte di alcuni dei promotori stessi, come un estremo quanto inutile tentativo di dare più forza a quei partiti dell’area di governo che subiscono le scelte più conservatrici e reazionarie della maggioranza». Dopo qualche ora è arrivata la risposta di Gabriele Polo e Pierluigi Sullo, direttori di manifesto e Carta: «Siamo naturalmente dispiaciuti del fatto che abbiate deciso di non aderire – scrivono i due a nome del Comitato 20 ottobre – Un effetto, con tutta evidenza, del fatto che la frattura, tra i movimenti come il vostro e i cittadini in generale, e la politica dei partiti, è profonda, e crescente. Ed è questa la prima ragione per la quale abbiamo pensato, con un appello firmato da quindici persone, di promuovere quella manifestazione. Non certo per riportare i movimenti sotto una improbabile disciplina delle segreterie dei partiti, ma all’opposto per far notare alla politica istituzionale e al governo quanto diffusa sia la disaffezione, la diffidenza, la rabbia che nel paese stanno crescendo, ciò che deriva non solo da questo o quel provvedimento del governo, ma proprio dalla crisi della democrazia rappresentativa. Perciò speriamo che quel giorno diversi segmenti di società in movimento si incontrino e si riconoscano tra loro» [trovate il comunicato e la risposta su www.carta.org].
All’assemblea in Val di Susa, per conto del comitato organizzatore della manifestazione, c’era Giorgio Airaudo, segretario della Fiom torinese. «È stata una bella assemblea – racconta Giorgio – Molto partecipata, che ha espresso grande diffidenza per la politica e la preoccupazione di restare uniti. C’è sfiducia verso la sinistra dell’Unione, che non avrebbe fatto tutto quanto nelle sue possibilità. Ne deriva la preoccupazione di essere usati, ciò che rende difficile l’incontro in piazza il 20 ottobre, anche se molti singolarmente verranno. Ciò non ha impedito ai comitati di esprimere la massima solidarietà alla Fiom. Io mi sono sentito a casa, in mezzo a loro. Come ha detto qualcuno in un intervento ieri: ‘Siamo fratelli di eresia’».
«In alcuni momenti, il dibattito tra noi è stato anche aspro, poi ieri sera l’assemblea è stata tranquilla – ci spiega Chiara Sasso, del movimento valsusino – E’ venuta fuori la necessità di solidarizzare con la Fiom. L’assemblea ha licenziato un documento condiviso dalla stragrande maggioranza dei presenti, ma non significa c’è la pretesa di rappresentare tutti, ci saranno sicuramente persone che vorranno partecipare alla manifestazione. C’è stata una perplessità molto concreta su uno dei punti del documento, su Vicenza c’è scritto un no netto alla base, mentre sul Tav c’è un giro di parole che rimanda alle decisioni del territorio alla condivisione… Quella frase non è piaciuta a nessuno. Ma dubbi c’erano in partenza. Lo scorso anno c’è stata una manifestazione il 14 ottobre e anche la marcia Venaus-Roma, ma è passato un anno e la famosa distanza con il palazzo è aumentata. Il paginone apparso sulle pagine locali di Repubblica di domenica. Amministratori e politici hanno firmato un appello per la manifestazione, cosa che ha aumentato i dubbi. Nel testo solo c’è una grande paura di non disturbare il manovratore».
«Mi rendo conto che c’è il rischio di un isolamento della valle – afferma poi Ezio Bertok, che dalla Val di Susa segue i rapporti con gli altri comitati del Patto di mutuo soccorso– E lo hanno ben presente tutti quelli che hanno firmato il comunicato. Ma l’appello per il 20 ottobre riporta la necessità di spostare gli equilibri all’interno della maggioranza, per dare più forza ad una parte che subisce i ricatti dell’altra. Altri percorsi parlano della necessità di recuperare i laboratori di democrazia partecipata che in questo ultimo anno sono stati messi a rischio con dal governo Prodi. E la Val di Susa sta misurando proprio questo clima».

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