I cortili di Piemonte, Liguria e Toscana

ALESSANDRIA IL 2 LUGLIO, Genova il 4. La marcia lenta è passata anche da qui, e sabato 8 luglio approderà a Livorno. Per ognuna di queste città abbiamo chiesto a chi il movimento No Tav lo ha conosciuto da vicino e costruito sin dall’inizio il significato di questi primi giorni di cammino alla
volta di Roma.
«Il significato della marcia a livello nazionale c’è sempre stato – dice Alberto De Ambrogio consigliere regionale in Piemonte di Rifondazione comunista–Sin dall’inizio, dalla sua nascita, c’è stata una grande intelligenza che ha portato il movimento una capacità di parlare al di là dei confini stretti della Valle. La Val di Susa è stata ingiustamente imputata di soffrire della sindrome Nimby. Questa è un’accusa infondata perché se di ‘cortile’ dobbiamo parlare, dobbiamo parlare di ‘cortile nazionale’. Questo mi sembra il messaggio forte che la Valle tutta ha lanciato, fin da subito. Cioè che oggi c’è bisogno di fare un ragionamento nuovo e attento intorno a quali linee di interventi territoriali vogliamo discutere. La marcia dei valsusini ha questo significato. È una marcia che stimola e chiede una interlocuzione generale che ha a che fare con un modello generale del paese. La politica, tanto più quella del governo dell’Unione, non può che ascoltare questo tipo di messaggio. Un cambiamento complessivo del paese
non può non passare da una diversa dialettica tra l’ambiente naturale, le produzioni e le infrastrutture».
Da Genova parla Antonio Bruno, del Comitato Verità e Giustizia per Genova. «Organizzare una marcia da Venaus a Roma poteva essere solo un’intelligente iniziativa per portare la propria battaglia al cuore dello stato – dice Antonio–aumentare il proprio peso politico. Invece è molto di più: cercare di mettere insieme tante lotte per la salute di lavoratori e cittadini e la vivibilità dei territori, costruendo una rete che faccia ‘massa critica’. Soprattutto dimostrare di aver capito che le Grandi opere sono il frutto di un modello economico violento e dissipatore, che la produzione di energia è intimamente legata al modo di trasportare persone e merci, che il futuro che ci viene prospettato è quello di essere un unico mercato attraversato da grandi corridoi». «La marcia Venaus Roma, nella sua tappa genovese, incrocia anche altre tematiche – continua Antonio–Martedi 4 luglio siamo stati nella casa della legalità di Rivarolo da mesi sotto assedio della criminalità organizzata. Il 5 luglio, poi, abbiamo seguito il processo per il massacro della scuola Diaz, avvenuto la sera del 21 luglio 2001 al termine del G8 di Genova, per chiedere ‘verità e giustizia’. Questa marcia riesce a creare un movimento comune, laddove forze politiche e anche settori di movimento avevano fallito».
Massimo De Santi, del Comitato Livorno-Pisa contro il rigassificatore off-shore, commenta la tappa Pisa-Livorno. «Il movimento No Tav è per tutti noi una lezione di democrazia partecipativa che le amministrazioni locali, ma ancor di più il governo del paese, dovrebbero apprendere e applicare in coerenza con quanto afferma la Costituzione italiana, la Convenzione di Aarhus e le Direttive Seveso I, II e III in materia di grandi impianti ad alto rischio. La solidarietà delle Reti, dei Comitati e dei movimenti di cittadini si farà sentire l’8 luglio a Livorno così come durante nel corso del cammino nel resto d’Italia. 1, 10, 100, 1000 No Tav, quando necessario, sono vitali per affermare la democrazia».

Tags assegnati a questo articolo: No Tav, democrazia, ambiente, grandi opere

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