La decisione del Consiglio di Stato di annullare il referendum del 5 ottobre sulla nuova base millitare statunitense Vicenza rischia di spezzare l’esile filo che ancora teneva unita la democrazia sostanziale – l’ascolto della volontà della comunità locale vicentina – con la democrazia formale, che sempre più appare come somma casuale di procedure oscure di cui sono chiari solo l’arbitrio e l’arroganza. Chi ha cercato pazientemente di proteggere quel filo, i cittadini di Vicenza, il movimento No dal Molin e il sindaco Achille Variati [Pd] sono ora spiazzati. Quel filo permetteva di far conto che lo scontro tra democrazia sostanziale e formale fosse temporaneo e sanabile. Torna alla mente la minacciosa lettera inviata ai primi di settembre da Silvio Berlusconi a Variati, in cui si intimava di non celebrare il referendum. «Le ricordo ancora una volta – scriveva Berlusconi – che la consultazione popolare da lei indetta si manifesta ancora più gravemente inopportuna». Ora il Calvaliere sarà soddisfatto. Lui lo scontro ha voluto ingaggiarlo e vincerlo: la «postdemocrazia» italiana sembra compiuta. Quell’ultimo grumo di democrazia effettiva che i vicentini si preparavano ad esercitare domenica 5 ottobre sembra annullato. La strada è sgombra per il «procedimento» [parole sue] dell’ineffabile commissario Paolo Costa [Pd], che giusto martedì scorso ha consegnato l’areoporto agli americani. Ma anche i procedimenti più accorti possono deragliare a contatto con l’imprevedibilità del terreno. Creare l’imprevisto, costruire forme istituenti di democrazia – confliggenti con i simulacri della democrazia formale – è compito delle assemblee che già da stasera animeranno Vicenza.






