La lunghissima domenica dei No Dal Molin

Alla fine anche il 5 ottobre è passato. Dopo una settimana convulsa, la bocciatura da parte del Consiglio di Stato, la fiaccolata autoconvocata in un pomeriggio, l’organizzazione in quattro giorni della consultazione autogestita: verrebbe da dire che ieri si è materializzata la Comune di Vicenza, se il paragone non fosse un pochino «fuori scala».

Qualche flash di una giornata lunghissima. Intanto c’è il sole, e non fa poi così freddo: buon segno. In via Riale, centro storico, in un’ora han votato in venticinque; da notare il tavolino da campeggio con attaccato un paravento di cartone, ribattezzato «cabina di voto».
In piazza Castello si monta il tendone che ospiterà il media center e l’info point. Si stendono cavi, parte il generatore, si attaccano quattro-cinque portatili collegati a internet. Si sparge una voce allarmata: in tutte le edicole della città la locandina del Gazzettino recita «gazebi aperti dalle 9 alle 13». In realtà sono aperti dalle 8 alle 21. Qualcuno corregge i numeri col pennarello. Un complotto? Un collaboratore di quel giornale, precario, è il primo ad arrabbiarsi. Lui gli orari li aveva scritti giusti.
Si prende la macchina e con una videocamera si inizia a girare fra un seggio e l’altro. In via Prati, davanti alla scuola media Trissino, in un gazebo sono concentrati sette seggi: alle dieci c’è la fila, tantissimi anziani, una percentuale molto alta di donne. Cinzia Bottene, presidente del seggio, non si stacca un secondo dal telefono. Una signora arriva con la scheda ancora bianca: «Allora metto la croce sul no» dice, «Ferma! Se è contraria alla base deve votare sì», la stoppa una scrutatrice. Scenetta ripresa da un cameraman di una tv privata che poi spegne la telecamera al momento di mettere la X, per rispetto… ma non era un referendum senza alcun valore?
Al contrario, qui è preso tutto molto sul serio. Metti la croce, infili nell’urna, firmi l’autocertificazione, mostri la carta d’identità e il tuo nome viene spuntato dalla lista elettorale. Poi c’è l’offerta libera: ogni tavolo ha il suo barattolino trasparente per i soldi.

Nel quartiere di San Bortolo su un muro c’è una scritta in verde: «Paroni a casa nostra / No Dal Molin / Il 5 ottobre vota Sì». Leghisti ribelli? Propaganda mirata? Dadaismo? Due metri più in là, i manifesti ufficiali della Lega invitano a stare a casa: «Vicentino vuoi farti prendere in giro?».
Al seggio di strada Sant’Antonino, la via che costeggia l’aeroporto Dal Molin, arriva un signore piuttosto anziano in Ciao [il motorino]. Lo lascia acceso, scende, vota [sempre con il casco in test], saluta e riparte sul Ciao.
Polegge è una frazione a nord della città, molto vicino all’area della futura base; qui l’atmosfera è quasi paesana, il seggio è fra la scuola elementare e il campanile della parrocchia. Sembra una domenica di festa: le donne volontarie offrono un vassoio di biscotti ancora caldi.

In piazza Castello arrivano i giornalisti Rai, e Toni Capuozzo, che legge i giornali. Il Tg1 – sorpresa – fa un servizio all’ora di pranzo. Invece, viene la rabbia a vedere Repubblica.it e Corriere.it, dove fra Salma Hayek e il film porno con la sosia di Sarah Palin non hanno ritenuto di dedicare una riga a questa cosa di Vicenza. La stessa indifferenza dei migliaia che passano nel corso, a passeggio: guardano fra l’impaurito e il diffidente la calca che sosta intorno al grande gazebo montato in piazza. Moltissimi sono ragazzi tra i venti e i trenta. Hanno le borse di H&M, e probabilmente non hanno votato.
Per i risultati finali bisogna aspettare mezzanotte, quando i notai garanti leggono i numeri usciti dalle urne: 24.094 votanti pari al 28,56 per cento degli aventi diritto. Non è stato il flop che si aspettavano i favorevoli alla base: «Chi criticherà questa giornata di democrazia organizzi un referendum autogestito e porti a votare 24 mila cittadini a favore della base militare» dice il sindaco Achille Variati, seguito da un applauso liberatorio.

Tags assegnati a questo articolo: No dal Molin

Mail_long