Non sappiamo quanti «imbecilli» [come dice quel nazi-leghista del sindaco di Vicenza] saranno sabato alla manifestazione contro la base. Sappiamo che i cittadini di Vicenza sono stati trattati come stupidi da Prodi quando disse, da Bucarest, «è solo una questione urbanistica» [frase che passerà alla storia, come «il mio regno per un cavallo»] e come sudditi da Napolitano, il presidente, che con piglio staliniano-democratico [non è un ossimoro, «democratico» è l’aggettivo di «partito»] ha detto, da Washington, che la questione è decisa, e non si discute. Sappiamo anche che la città veneta assomiglia a quel che in un terremoto si chiama «il cratere», o epicentro: ci sono molte scelte tardo-liberiste del governo attuale che fanno vibrare i nervi del paese, dal disprezzo per i lavoratori [metallurgici o precari] a quello per gay e lesbiche, eccetera, ma il Dal Molin le condensa tutte o quasi: la pace e la guerra, l’uso del territorio e la democrazia [come dice Gianfranco Bettin nella copertina di Carta settimanale che sarà diffuso sabato alla manifestazione, oltre che nelle edicole].
Milioni di persone – quelle che esposero le bandiere della pace alle finestre e quelle che tentano di non farsi seppellire dal cemento e dall’asfalto dello «sviluppo», quelle che non tollerano più la vacuità criminosa della politica e quelle che si chiedono se esista ancora una sinistra fuori del palazzo di Montecitorio – guardano ai No Dal Molin con speranza, sono ansiose di dare una mano, stanno con il fiato sospeso perché sanno che attorno all’aeroporto si tratta di fermare non le truppe di Amato, o non solo, ma quelle di Bush. Imbecilli, stupidi e sudditi, ci vediamo a Vicenza.
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