Mi schiero completamente con Rossana Rossanda sulla questione del Mose.
Sostengo da tempo che i problemi di Venezia potrebbero essere la sua fortuna, nel senso che la loro soluzione potrebbe creare quella diversa base economica unico strumento per evitare che Venezia diventi (o lo è già?) un “parco turistico”. Il Mose è una di queste occasioni, combattuta in nome di una “laguna” che poi le alternative di cui si è parlato vogliono definitivamente e completamente artificializzare. Sarebbe lungo elencare le contraddizioni della battaglia no-Mose, ma alcune bisogna pur ricordarle. Si è sostenuto per anni che non fosse necessario separare, temporaneamente, mare e laguna, infatti sarebbero stati sufficienti le opere di ricostruzione di velme e barene, l’apertura delle valli da pesca, ecc. per ridurre le maree. Poi, finalmente, la scienza, che le riteneva non adeguate allo scopo, è prevalsa, ma, tuttavia, ancora oggi si propongono restringimenti rilevanti ai canali alle bocche con gravissime conseguenze sulla qualità delle acque e sulla vivificazione della laguna. Si è presentato il Mose sia come “opera vecchia e superata” che come “opera insicura” perché non sperimenta in nessuna parte del mondo, quindi si presume troppo innovativa. La comunità nazionale ha privilegiato Venezia, rispetto ad altre situazioni in crisi – c’è bisogno di parlare di Napoli? – ma di questo sacrificio non si vuole ricavare il bene che può venire alla città. La trasformazione non dovrebbe essere al primo posto della “sinistra”? O meglio che Venezia degradi ulteriormente tra bancarelle, souvenir, B&B, alberghi di lusso e negozi griffati? Il Mose non è la soluzione a tutto questo ma può fornire un contributo. Come si fa a non capirlo?
*urbanista e professore ordinario presso la Facoltà di pianificazione dell’Università Iuav di Venezia.
Questo articolo è apparso sul manifesto mercoledì 29 novembre
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