ForzaTav

La prima reazione alle agenzie che mercoledì hanno diffuso il premierpensiero sul [prossimo?] ri-uso della forza per far partire il Tav è stata di sincero stupore. Perché un’accozzaglia di affermazioni rilasciate tra bulli e pupe (il salone della moto) dove avrebbe stonato persino la presenza muta di un capo di governo che ambisca ad essere rispettato? Così quando da «la stampa» mi hanno chiesto «se sapevo» e «cosa ne pensavo» ho risposto che [prima ancora che gravi] mi sembravano farneticazioni sul piano dell’utilità alla [loro] stessa causa; forse controproducenti per il dichiarato obiettivo – l’apertura di un cantiere – tessuto dall’architetto-ragno in seno a quell’osservatorio che Berlusconi stesso accettò di digerire per rimediare all’occlusione intestinale causatagli, nel 2005, dal suo fido Lunari. Una provocazione potenzialmente in grado di ricomporre il «tavolo a tre gambe» [cittadini – tecnici – sindaci] che è alla base della nascita della più longeva, e straordinaria [comunque finisca] presa di coscienza collettiva dei meccanismi criminali che hanno portato il mondo sull’orlo di un crack i cui effetti peggiori sono ben ancora al di là da venire. Sono concetti riportati su quasi tutti i giornali in bocca a Dipietro, alla Bresso a Virano. Persino Matteoli a gettare acqua sul fuoco. Mentre un Ferrentino, deluso per il rischio che «si vanifichi lo sforzo degli amministratori per costruire un paese moderno», torna a minacciare le barricate. Ma forse il podestà di Arcore sa che «la via democratica al Tav» è incompatibile con le vere ragioni per cui lo si vuole imporre. Così come noi sappiamo che restare senz’acqua, avvolti in una nuvola di radon e amianto e derubati di assistenza sanitaria, scuola e pensioni, non può essere l’esito di un percorso democratico.

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