La Cgil e la Tav

Vari compagni della Cgil si sono risentiti per un breve articolo del numero di Carta in edicola. Vi si parla di un incontro, riservato, tra due segretarie nazionali e rappresentanti delle associazioni ambientaliste. Oggetto: la Val di Susa. Tra l’altro, scrivevamo che “dalle rappresentanti della segreteria nazionale, Nicoletta Rocchi e Paola Agnello Modica, è venuto un sostegno granitico alla Tav”. E ci chiedevamo: “E’ solo questione di [in]cultura politica o pesano gli interessi della Cmc?”. Queste frasi hanno provocato un tempesta. Prima di tutto, perché Paola Agnello Modica, responsabile della Cgil per le questioni ambientali, non c’entra niente. Si è molto adoperata perché i diritti dei valsusini venissero rispettati, e citarla in quel modo è un errore, che abbiamo subito riconosciuto – scusandocene – con lei, ne abbiamo fatto oggetto di una rettifica sul prossimo numero del settimanale e, per il mensile Carta Etc. che uscirà il 9 gennaio, siamo andati ad intervistarla. Per fare di un incidente sgradevole una opportunità di dialogo.

Quanto al resto vorremmo, se è consentito, discutere. Quando abbiamo saputo di quell’incontro eravamo contenti, ed è forse la delusione a spiegare il tono così secco. Eravamo contenti perché, dopo la scomparsa di Cofferati [ma non di molta Cgil] dalle strade di Genova nel 2001, e dopo la ricucitura avvenuta a Firenze nel 2002 [il Forum sociale europeo], e in molte altre occasioni e su molti altri temi, ci pareva che un dialogo fosse aperto. E ci pare ancora. Ma la prima dichiarazione di Epifani sulla Val di Susa, e le interviste di Nicoletta Rocchi al Corriere della Sera e al Sole 24 Ore, così sbrigative, ci sono parse un brusco passo indietro. Che poi Rocchi spiegasse, al Corriere, che la Fiom è al fianco dei valsusini per ragioni interne al congresso della Cgil ci è sembrato un ritorno a uno stile antico. Perciò Carta ha subito pubblicato due pagine in cui si interpellavano molti sindacalisti. Perciò noi, che non contiamo niente, ci siamo permessi di suggerire ad Epifani che avrebbe potuto partecipare a un dibattito pubblico, nel quale con la massima pacatezza si sarebbero potute ascoltare le sue ragioni e quelle contrarie. Sabato scorso, alla Camera del lavoro di Torino, si è tenuto un convegno affollatissimo: in quella sala strapiena, e tra gli oratori, i sindacalisti abbondavano. Nemmeno in quel caso si è ascoltata la voce contraria.

L’altro giorno, Epifani ha rilasciato un’intervista alla Stampa, in cui parla della Val di Usa in modo molto più articolato [l’intervista è nel sito di Carta]: ce ne rallegriamo. Ma ci chiediamo: perché tanta ostinazione nel sostenere un progetto che non sta in piedi da nessun punto di vista? La risposta che otteniamo, quando facciamo questa domanda, è: “Cultura industrialista”. Ma questa cultura non è accademia: è l’esito di una storia lunga comune al sindacato, al partito e alle cooperative, insomma alle organizzazioni storiche della sinistra; ed è il collante di storie personali e di gruppo. Pierluigi Bersani, responsabile economico dei Ds, è per esempio molto vicino alle imprese cooperative, tra cui la Cmc, che ha l’appalto del tunnel di Venaus e i cui tecnici – vi sono molte testimonianze – hanno fatto irruzione con la polizia, alle 3 di notte, quando i presidianti furono brutalmente malmenati. Dire che “gli interessi della Cmc pesano” non significa alludere a mazzette – è ridicolo solo pensarlo – ma a questa storia e a questo collante. Epifani può legittimamente credere che la Tav promuoverà la “crescita” e che questo creerà posti di lavoro, e che se una impresa cooperativa ci lavora è ancora meglio. Noi abbiamo il diritto di pensare che si tratta di un disastro.

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