Punti da curiosità, siamo andati a leggere, riga per riga, il documento che i quattro segretari della sinistra del centrosinistra hanno presentato venerdì mattina a Prodi. Giordano [Prc], Diliberto [Pdci], Mussi [Sd] e Pecoraro Scanio [Verdi] hanno riassunto in un paio di paginette quel che desiderano ottenere con la nuova legge legge finanziaria, la cui scrittura comincia ora. Per meglio dire: hanno elencato quel che pensano di poter ottenere. Il documento è dunque una buona fotografia dello stato del dibattito nel governo. In questo sito pubblichiamo il testo integrale, di modo che chi ne ha voglia potrà farsi un’idea. Però aggiungiamo anche la nostra impressione, giusto per parlarne un po’.
Dunque, i quattro prima di tutto ricordano a Prodi che è sulla base di un programma, che l’alleanza di centrosinistra ha ottenuto la maggioranza. Poi rivendicano una «collegialità», tale da impedire la costituzione di una «cabina di regia» in cui siedano «come unici attori gli esponenti del costituendo Partito democratico». Il fatto di dover rivendicare fatti che dovrebbero essere ovvi [che il governo deve tener fede al suo programma, e che la coalizione è più larga del Pd] già non è tranquillizzante. Ma in generale i quattro elencano in questo modo le priorità del governo, ovvero quelle del «grande progetto per rilanciare un modello di sviluppo di qualità» per il quale l’Unione aveva chiesto i voti. Le priorità sono: equità sociale, ambiente e lotta ai cambiamenti climatici, lotta alla precarietà, investimenti in formazione e innovazione tecnologica. Manca qualcosa? Beh, sì, a prima vista manca qualcosa: ad esempio, una parola sulle grandi opere, che sono poi quelle messe a fondamento dal governo, e da quello precedente, del «modello di sviluppo» reale, e che sono tra le altre cose estremamente costose.
Facciamo un raffronto. Più avanti, nel documento, la «sinistra radicale» propone, con molta precisione, che alla «completa attuazione del Protocollo di Kyoto» [la cui violazione, viene opportunamente ricordato, ci costerà 3,8 miliardi di euro l’anno], a «una politica energetica basata sulle rinnovabili», al «potenziamento del trasporto pubblico sostenibile nelle città», a «risparmio ed efficienza energetica» e ancora alla «tutela degli habitat e della biodiversità» venga destinato il «40 per cento delle risorse per le nuove iniziative previste tra le spese eventuali [indicate dal Dpef in 10 miliardi annui]». Se non sbagliamo, il 40 per cento di dieci miliardi fa 4 miliardi di euro. Per fare tutte quelle cose. Nella scorsa finanziaria solo per pagare i debiti pregressi della Tav, il governo stanziò 13 miliardi di euro, e il ministro Di Pietro ne ha ottenuti–se non ricordiamo male–8 per gli ulteriori lavori dell’Alta velocità. Solo il tunnel della Val di Susa, se si costruisse, costerebbe circa 15 miliardi. Come si vede, ordini di grandezza incomparabili. Il clima, i trasporti urbani, le aree protette, le rinnovabili e il risparmio energetico, tutto questo resta una spesa «eventuale», e marginale. Ed è il massimo che la «cosa rossa» pensa di poter ottenere.
Poi, nel documento si chiede un accentuazione della lotta all’evasione, tassazione delle rendite almeno ai livelli europei [come diceva il programma, del resto], quando il solo accenno alla cosa, fatta dal sottosegretario Alfiero Grandi, provocò qualche settimana fa un pandemonio. Tutte cose giuste, ovviamente. Ma, di nuovo, non sarebbe ovvio?
Fatto un omaggio alla «questione degli sprechi e dei costi della politica», sui quali si propone «un drastico allineamento agli standard europei», si passa al vero cuore del problema, secondo i quattro: la redistribuzione. Ovvero se si debba continuare a regalare soldi alle imprese [come con il «cuneo fiscale» e con la possibilità di fare contratti precari ai lavoratori]. «Lottare contro la precarietà è un nostro preciso dovere», dicono i quattro. Ma la legge 30 non è stata in nessun modo «superata», come annunciava il programma. L’impressione è che l’enunciazione doverosa resti sul generico. Più precisa è la rivendicazione di un allineamento della spesa sociale alla media europea [oggi siamo sotto dell’1,5 per cento], si cita la «carenza di case a costi accessibili», si chiedono «rinnovate politiche di accoglienza» per i migranti, si dice che «i sentiti allarmi per la sicurezza devono trovare adeguata risposta attraverso interventi volti a favorire processi di inclusione sociale».
Infine, si tratta per la sinistra di «fermare l’esplosione globale della spesa militare» e di destinare più risorse alla cooperazione. La spesa «globale»? E quella italiana, che ha macinato record? E, scusate la parola, la base di Vicenza? E poi: la legge Fini-Giovanardi? La legge obiettivo [sulle grandi opere, appunto]?
Conclusione. A noi pare che i rapporti di forza, come si dice, siano molto sfavorevoli. Ma proprio molto. E se qualcuno ci chiedesse se vogliamo manifestare, il 20 ottobre, per dare una scossa al governo, la risposta sarebbe: mah, forse. Certo, se la scossa è di questa entità, c’è poco da manifestare. Per dirla con chiarezza: a noi la manifestazione del 20 ottobre sembra utile soprattutto perché quelli che ci saranno, e quelli che la guarderanno da lontano, possano percepire come in Italia–su moltissimi temi e in molti luoghi–ci sia più energia, per cambiare le cose, di quanta un documento come questo riesca a condensare. Ma molta di più.
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