Attorno alle 5 di lunedì mattina, a poche centinaia di metri dalla tangenziale di Bologna, un bambino rom è morto nel rogo che, secondo le prime indagini, sarebbe partito dal fornello usato per scaldare la baracca dove viveva la famiglia della piccola vittima. Altri quattro adolescenti sono rimasti feriti, uno in modo grave. E’ l’ennesimo «incidente» causato dalla povertà e dalle condizioni di vita dei rom. Non ci sono, però, solo brutte notizie. Il 15 novembre il parlamento europeo ha approvato una mozione che respinge la linea del governo italiano e del commissario europeo alla sicurezza, Franco Frattini. La mozione ribadisce il diritto alla libera circolazione dei cittadini dell’Unione e quindi critica il decreto espulsioni emanato lo scorso primo novembre dal governo Prodi.
Il decreto, però, comincia a produrre effetti. Il Corriere della sera di domenica 18 novembre informava che sono almeno 177 i rumeni espulsi in base alle nuove norme. Molti meno – dice il quotidiano conservatore – delle «migliaia» che avrebbero dovuto essere espulsi in base alle indicazioni dei prefetti. Accompagnata dal solito sondaggio di Renato Mannheimer [3 italiani su 4 si sentono più insicuri, dice], il Corriere pubblica una «mappa dei campi rom in Italia». Fuori dalla cornice in cui è inserita [la testatina delle due pagine è «Emergenza immigrazione»], sarebbe una mappa molto interessante: i numeri che presenta sono esigui. La più alta concentrazione di rom si ha nel Lazio, dove vivono poco più di diecimila persone. In Emilia Romagna, una delle regioni più ricche d’Europa, i rom sono poco più di 3500.






