Kassim Britel in sciopero della fame

Per due giorni, nella prigione di Ain Borja, a Casablanca, Kassim Britel ha rifiutato il cibo. Lunedì e martedì sono passati così: un segnale di allarme, un dignitoso ma fermo appello di aiuto, una richiesta di giustizia. «Se non succederà niente nei prossimi sette o dieci giorni mio marito è determinato ad andare avanti con lo sciopero della fame a oltranza», dice Khadija Pighizzini, moglie di Kassim Britel.

Kassim, cittadino italiano nato in Marocco, sposato con un’italiana, è in carcere in Marocco per scontare da innocente una condanna per associazione sovversiva. La sua odissea, che Carta ha raccontato molte volte, è iniziata a causa di una maldestra [a dir poco] indagine della Digos di Bergamo. In base a una «segnalazione», Kassim era stato sospettato di essere un terrorista: intercettazioni, pedinamenti, indagini, dal 2000, senza alcun risultato, fino a quando, a settembre del 2006, il tribunale di Brescia ha disposto l’archiviazione del suo caso, senza nemmeno rinviarlo a giudizio. Innocente, del tutto. Solo che, nel frattempo, Kassim – unico cittadino italiano–è finito nel tritacarne del meccanismo delle extraordinary renditions organizzato dalla Cia per bloccare i sospetti terroristi. La segnalazione partita dalla Digos di Bergamo, infatti, lo ha seguito fino in Pakistan, dove i servizi segreti locali lo hanno arrestato il 10 marzo del 2002. Kassim era lì per cercare i fondi per uno suo progetto: tradurre in italiano il Tafsir [commento del Corano] di Alì Khatib, un testo fondamentale di teologia musulmana. Nonostante viaggiasse con un regolare passaporto italiano, i servizi pakistani non gli hanno concesso di contattare l’ambasciata, ma dopo alcuni «interrogatori» lo hanno consegnato alla Cia. La Cia lo ha impacchettato e riportato in Marocco, nella prigione segreta di Témara: otto mesi, dal 24 maggio 2002 all’11 febbraio 2003 di torture e un regime di detenzione durissimo. Poi la scarcerazione, senza spiegazioni o scuse e tre mesi di libertà, spesi in Marocco, da sua madre, per riprendersi dalle ferite, grazie anche all’aiuto di Khadija.

Al momento di uscire dal Marocco, però, un nuovo inspiegabile arresto, il 16 maggio del 2003 e una nuova sparizione a Témara, per quattro mesi, fino al 16 settembre 2003, quando Kassim ricompare a Salé, in prigione, e con l’accusa di far parte di una non meglio precisata associazione sovversiva. Ufficiosamente, però, le autorità marocchine dicono che senza l’unica «prova» contro di lui è l’indagine a suo carico in Italia. Kassim viene condannato in primo grado a quindici anni di carcere, ridotti a nove in appello. Ne ha fatti quattro e mezzo, da innocente. «Abbiamo aspettato tanto e abbiamo ascoltato molte promesse – dice Khadija – abbiamo tenuto conto delle necessità dello stato italiano nel trattare un caso delicato come quello di Kassim, ma ora non ce la facciamo più». All’inizio del 2007, dopo l’intervento di tre parlamentari [Ezio Locatelli e Ali Rashid, di Rifondazione, e Roberto Poletti dei Verdi] il governo italiano aveva promesso che avrebbe fatto pressione su quello marocchino, perché a Kassim fosse concessa una grazia dal re Mohammed VI. Una domanda di grazia è stata firmata da cento, tra deputati, senatori e europarlamentari europei e consegnata alle autorità marocchine. Tutto invano. Perché il governo, dal ministro della giustizia Clemente Mastella a quello degli esteri Massimo D’Alema, non hanno fatto assolutamente nulla per appoggiare la richiesta dei parlamentari e riportare Kassim nella sua città d’adozione, Bergamo. «La decisione dello sciopero della fame non l’abbiamo presa alla leggera – racconta Khadija – è una decisione meditata e sofferta». Ezio Locatelli ha annunciato una nuova interrogazione parlamentare alla camera, per ricordare al governo i suoi impegni. Non è solo una questione di giustizia e di umanità: più giorni Kassim passa in carcere, più si rafforza l’impressione che il suo passaporto italiano non basti a farne un cittadino a pieno titolo. Perché ha un nome arabo, perché è musulmano.

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