Ci sono voluti due anni buoni per arrivare al giro di boa della nuova legge sui migranti di cui tra breve potrebbe dotarsi la Regione Lazio. Un tempo breve, se si tiene conto della «cautela» con cui solitamente si muove l’istituzione, ma lunghissimo se si guarda la faccenda dal punto di vista di chi l’ha seguita passo passo: la sottoscritta, che l’ha proposta, e i molti comitati, le associazioni, le comunità e i cittadini migranti che hanno lavorato a questo progetto con passione e impegno. E, soprattutto, ci hanno creduto. Hanno pensato che fosse possibile rovesciare il paradigma [e lo stigma] dell’immigrato che viene accolto [nella migliore delle ipotesi] o più di frequente tollerato, se non addirittura evitato o respinto, per dare luogo a una legge che parla sostanzialmente di diritti e di cittadinanza. Non per caso, il testo della proposta di legge che è stata ieri licenziata dalla Commissione politiche sociali e tra breve farà il suo ingresso in aula reca il titolo «Disposizioni per la promozione e la tutela dell’esercizio dei diritti civili e sociali e la piena uguaglianza dei cittadini stranieri immigrati».
I diritti sono quelli a cui può accedere a pieno titolo ogni uomo, donna e bambino che risiedono sul territorio laziale, a prescindere dal paese di provenienza, dal reddito, dal livello culturale, dalla classe sociale. Quanto alla cittadinanza, è un’altra faccenda e, nonostante i limiti di una legge regionale che non può proporre fughe in avanti rispetto a quelle nazionali, con questa proposta la Regione si colloca tra le prime, in tutta Italia, a declinare la inderogabile necessità della partecipazione a tutti i livelli, per ampliare gli spazi della democrazia e, viceversa, a prevedere gli antidoti necessari a evitare ogni forma di discriminazione. Tali antidoti, naturalmente, non possono che essere individuati nella piena uguaglianza e nella affermazione di diritti universali come il quelli alla salute, all’educazione, al lavoro, all’abitare.
È questa l’ossatura della proposta di legge approvata ieri dalla Commissione politiche sociali della Regione Lazio, che verrà presentata alla stampa e ai cittadini interessati alle 14 di martedì 22 a Roma, in via Poli 29. I tempi della sua definitiva approvazione potrebbero, a questo punto, essere brevi anche perché la legge è stata già finanziata nella finanziaria 2008 con un milione di euro.
Se per quanto riguarda i contenuti, la proposta di legge è tra le più innovative [in linea con quanto proposto dal Ddl Ferrero-Amato, che però trova un terreno assai accidentato sul suo cammino] in un certo senso anche il suo iter ha segnato alcune interessanti discontinuità. La prima è stata l’istituzione, circa due anni e mezzo fa, di un Tavolo di partecipazione, presso la Presidenza del consiglio, costituito da un gran numero di rappresentanti di associazioni e di cittadini migranti. Non semplicemente una Consulta [che esiste in Regione ma viene poco coinvolta] ma una sede agile e operativa che ha materialmente steso la proposta di legge di iniziativa consiliare. Sono state le indicazioni frutto di esperienze a essere tradotte, nero su bianco, in un articolato di legge. Da quel momento, in un non sempre facile rapporto con l’assessorato alla politiche sociali, convinto che «fabbricare» leggi fosse un affare di propria esclusiva competenza, si sono costruite le condizioni che hanno portato all’approvazione del testo. Ciascuno potrà valutarne la congruità e la concretezza e, se vorrà, commentarlo scrivendo a aepizzo@regione.lazio.it
Saranno contributi importanti verso la discussione in aula che si preannuncia, come tutto il percorso, accidentata ma al tempo stesso importante. In ballo, infatti, ci sono grandi prospettive ma anche gli scogli contro cui si infrangono ancora oggi i migranti: le ideologie, i pregiudizi, le discriminazioni, le resistenze, le false coscienze. Ma anche le furbizie, gli opportunismi di chi pensa che l’immigrato va bene per lavorare ma non per reclamare diritti. Si tratta, dunque, dell’apertura di una nuova prospettiva che non prevede scorciatoie o soluzioni a metà: o la si vince interamente o la si perde. E con lei, anche un pezzo di futuro e di democrazia.
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